• Feb
    01
    2019

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4AD

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Vagabondo per sua stessa ammissione, Zach Condon sin dagli esordi  si è cucito addosso il ruolo di bohémien indie. Da una parte una visione del mondo piuttosto naïf e intimista, dall’altra i Balcani e, in generale, un folk mescolato al pop con arguzia e gusto. Ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta Elephant Gun: quei fiati e quel video catturarono me e buona parte degli indie lover che nel primo decennio del nuovo millennio si rifugiavano piacevolmente sotto l’ombra fresca di 4AD. Dopo quel Long Island EP e prima ancora Gulag Orkestar, i Beirut hanno continuato a peregrinare tra esperimenti meno ispirati (il trascurabile EP March of the Zapotec/Holland) e album (The Flying Club CupThe Rip TideNo No No) che hanno gradualmente fatto breccia nelle classifiche di vendita.

Gallipoli continua ad arricchirsi, dal punto di vista delle contaminazioni, ma allo stesso tempo è la conferma che il sound dei Beirut è ormai ben delineato. Questo ci porta a una questione fondamentale: il cantato di Condon è rimasto praticamente intatto nel tempo, cioè riconoscibile sì, ma a volte abbastanza ripetitivo. Qualcuno direbbe “e Lindo Ferretti?”. Giusto, ma in quel caso le ambientazioni CCCP/CSI garantivano una imprevedibilità netta rispetto agli stilemi della band del New Mexico. Tutto questo per dire che da Zach e compagni non ci si aspetta uno stravolgimento della propria cifra stilistica. È vero anche che la discografia del gruppo offre per ogni disco almeno un singolo bene a fuoco e una serie di brani che sono perlopiù colonne sonore, sfondi di coordinate geografiche che uniscono la Parigi dei primi del Novecento al multiculturalismo del Libano, così come le influenze ispaniche di Santa Fe alle processioni religiose per le strade di Gallipoli.

È proprio dalla Puglia, infatti, che il nuovo disco ha mosso i passi decisivi per delineare la sua identità. Dopo New York e Berlino è stato il Mediterraneo a dipingere le ultime pennellate sulla tela di un album che potremmo considerare di transizione. Sì, perché tra intro e passaggi strumentali, Gallipoli è il diario di un sognatore diventato uomo che tiene stretti i suoi abiti da dandy e riconosce nella sua espressione facciale la preoccupazione per un mondo che è ben più cupo di come se lo immaginava. A parte lo sperimentalismo de I Giardini, i nuovi brani di Condon sono accomunati da un tono sommesso e contemplativo: il folk di Gallipoli, gli esotismi di Gauze für Zah e le due parti in contrasto che compongono Family Curse fanno capire quanto il nuovo disco dei Beirut sia di passaggio.

Si tratta, quindi, di una tappa di un viaggio attorno al mondo fatto da un visionario romantico che rimane ben saldo alla sua identità (sonora e personale) anche quando c’è da scavare a piene mani nei localismi di Corfu, Nantes o East Harlem. A conti fatti, Gallipoli conferma quanto fatto fin qui dalla band che gira attorno al buon Zac. I suoi Beirut non avranno per le mani brani preziosi al livello di Elephant Gun o Scenic World, ma continuano a vagabondare e a scattare polaroid dai colori sbiaditi di città e paesi che incontrano nel loro itinerario. Cartoline che, con suoni e parole, costituiscono un incantesimo, un sortilegio seducente in cui tuttavia, parafrasando un maestro nostrano, è bello perdersi.

31 Gennaio 2019
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