• Mag
    27
    2014

Album

Bedroom Community, Mute

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Nonostante i suggerimenti delle note che ne accompagnano l’uscita, A U R O R A non ha nulla di alchemico. Niente di imprendibile. È anzi terreno, semmai appena celeste, quando lo spessore (leggi: l’affollamento) della musica è tale da produrne una evoluzione verso l’alto. Il potenziale esplosivo del crash culturale che sta dietro la genealogia del disco – composto in Congo, missato in Islanda – è rimasto sottotraccia, anzi si può dire che è stato quasi del tutto neutralizzato dal risultato. Sarebbe ad esempio stato interessante valutarne l’exploit attraverso l’alternanza tra strumenti armonici e macchine, ma qui sta il primo punto del disco: A U R O R A è un mondo completamente sintetico, dove non c’è posto per strumentazioni analogiche.

By The Throat aveva comunque qualcosa di alieno, indecidibile. Diversamente, Frost qui propone una versione noise ed elettronica del post-rock emozionale che ha riempito gli scaffali dei negozi di dischi fino a qualche anno fa. Lavora proprio su quell’appiglio mainstream del crescendo e dell’arpeggio che fa presa sulle orecchie più trascinabili (Venter). Flex apre bene, o meglio fa presagire l’accensione di un motore di compressione di battiti ancestrali (ma bianchi) e tastiere thriller. La tensione tiene per la gran parte di Nolan. C’è quasi l’impressione che la narrazione vada al di là del singolo brano, per coprire un album di concetto, un’aurora del rumore, che come qualsiasi momento aurorale prevede uno scompaginamento reciproco tra veglia e sonno, tra notte e giorno. Ma già la chiusura di Nolan lascia il concetto e riporta il crescendo in facili orizzonti cinematici.

Nelle intenzioni di Ben Frost c’era la volontà di “dare la prova della vita, della sopravvivenza. Forme muscolari che sopravvivono, nient’altro”. C’è un presagio da visioni apocalittiche (ma di seconda mano, figlie degli anni Ottanta e di “quella” musica cosmica da film apocalittico), rette da suoni splendidi, una produzione eccellente (Ben è maestro in questo, come dimostrato, insieme all’amico e qui sodale al mixing Valgeir Sigurðsson, anche nell’ultimo Tim Hecker) su un confine raffinatissimo tra noise e tastiere cosmiche (Sola Fide).

A U R O R A è un mondo da cavalcare. Le pause – come in una Secant che sembra mettere insieme Oneohtrix Point Never e i Fuck Buttons, questi ultimi veri competitor del disco di Frost in oggetto, ma vincenti – valgono solo per poi riprendere la corsa emozionale.

28 Maggio 2014
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