• Ott
    16
    2013

Album

Kranky

Add to Flipboard Magazine.

Questa primavera, vedendo Terry Riley all’organo nella basilica di Santa Maria dei Servi, a Bologna, ho pensato per un attimo alla chiesa di Ravedeath, 1972. Proseguendo il pensiero, qualche giorno dopo, ho riflettuto un poco sulla direzione. Riley tornava a far giacere il raga indiano su una linea, senza pensarlo in termini generativi. Su quella strada ho percepito l’affinità con il trittico di In The Fog, dal capolavoro di Tim Hecker.

In Virgins accade in qualche modo viceversa. Tim Hecker pubblica uno scientifico ma sentito tributo alle origini del minimalismo, traendone a piene mani le capacità ascensionali e cicliche di autorigenerazione. In quel preciso attimo in cui l’orecchio viene rapito dal gioco minimalista, ecco le staffilate. I colpi teatrali. La consapevolezza del musicista elettronico che prevale sull’artigiano dei livelli. Virginal I funziona come un piccolo esempio-manifesto. Si regge sull’iterazione di un piano (che sembra un cembalo) e su un clarinetto basso (sullo sfondo), che prende il sopravvento sul finale, lasciando a sua volta il posto a soffiate droniche. Nel mezzo, il caosmo elettronico. Dall’altra parte dello specchio, Stab Variation nasce come un mixing alla Holden e si chiude con droni che sottendono quella medesima tastiera di Virginal I.

Virgins sembra reggersi sulla tensione tra elettronica e chamber “suonata”, facendo proprio un metodo. Il modello minimalista crea pattern timici, su cui sovraiscrivere (per esempio scelte cosmico-wagneriane, come avrebbe fatto Klaus Schulze, in Live Room) dronici o i suddetti colpi scena, glitchando (a volte senza grande originalità: Amps, Drugs, Harmonium) anziché glissando. Oltretutto il “blocco” minimalista nei brani è come se fosse un tutt’uno, uno strumento unico in una logica “cameristica” dell’elettronica di Hecker (questa non è una novità): in quel tutt’uno vale l’impasto degli strumenti analogici, che sono come un campione trattato (preparato, se preferite), trattati alla stregua di una traccia da missare con le altre (grazie all’aiuto di Valgeir Sigurðsson, con l’assistenza di Randall Dunn e del solito Ben Frost).

Uscendo dal metodo, Hecker in un caso sembra Basinski (Black Refraction), nell’altro centra un piccolo capolavoro (il monologo marziano di Stigmata II). Detta così, sembra un esercizio retorico. Ma ciò che ha dimostrato Ravedeath e che Virgins sigilla è il talento timico di Tim Hecker. Al contrario di Lopatin – con il quale peraltro l’anno scorso ha co-firmato Instrumental Tourist, per la Software Records – e della recentissima uscita a nome Oneohtrix (R Plus Seven, sempre per Warp, label in eccellente stato di forma), l’operazione di Hecker non è punto intellettuale. Va comunque alla pancia, o a quella parte del cervello che ha bisogno di un sostegno passionale.

Il cervello è nutrito dalla maestria, dal gioco su ciò che è noto ma anche sul ruolo demiurgico del musicista elettronico. Perché, in conclusione, questa musica è definitivamente elettronica e non elettroacustica.

2 Ottobre 2013
Leggi tutto
Precedente
Auna
Successivo
Drake – Nothing Was The Same Drake – Nothing Was The Same

album

artista

Altre notizie suggerite