Recensioni

7

C’è forse bisogno, in questo estenuante loop di isolamento e di distanze in cui siamo calati da ormai quasi un anno, di isole, luoghi ameni dove – come lo intende il duo Bicep – «vivere la tensione tra espressività e introspezione e riflettere sul senso di isolamento e euforia». Così il duo Bicep, composto da Matthew McBriar e Andy Ferguson, presenta Isles, il secondo album dopo l’omonimo esordio lungo del 2017 che ha ormai raggiunto notevoli vette di popolarità tra gli amanti dell’elettronica meditativa e il pubblico dei clubber. A differenza degli esordi come curatori del blog FeelMyBicep, dove setacciavano e raccontavano perle nascoste dell’universo disco, house e italo-disco, e di alcuni EP molto più vicini al dancefloor (You/Don’t EP nel 2012 per Aus Music e Stash del 2013 per la stessa label), nel primo album il duo dedicava completamente l’attenzione a quel taglio idm a là Orbital che già si scorgeva nelle precedenti produzioni.

In Bicep i due si destreggiavano nella costruzione di ritmiche spezzate, debitrici certo verso la UK Garage e Aphex Twin, e di evoluzioni sintetiche prese un po’ dalla trance, ma non alla maniera di Lorenzo Senni, a tratti dalla techno, condite da visioni angeliche e spezie orientali. Il percorso prosegue, con ancora più chiarezza e maturità, in Isles, pubblicato nuovamente da Ninja Tune. Il titolo – hanno raccontato Matthew e Andy nel track by track offerto dall’etichetta – «nasce da una riflessione sull’appartenere a due isole». I Bicep, infatti, originari di Belfast, ora vivono a Londra, due contesti vicini ma diversi musicalmente: «L’Irlanda – racconta Matt – è più techno e trance, la Gran Bretagna è aperta a maggiori influenze: ci trovi jungle, garage, deep house e jazz». Da un’isola all’altra, i Bicep portano in una dimensione riflessiva, meditativa e poliritmica le esperienze che fanno parte dell’”hardcore continuum” teorizzato da Reynolds e rimescolano la vecchia IDM in una chiave contemporanea, cosmopolita e multiculturale, dove non mancano echi di musica pop turca, ascoltata nei kebab di Londra, o di cori bulgari, percepiti nel traffico della capitale inglese. Da Israele, dalla voce in Love Song della compianata attrice e cantante israeliana, Ofra Haza, arrivano le vocali angeliche che aprono Atlas, ritmica sincopata, strati di pad eterei, un’atmosfera spirituale sferzata da loop melodici contorti. Ancora sui contrasti di sensazioni e visioni Apricots dove le invocazioni orientali avvolgono una cassa quasi industrial mentre le linee di synth delineano un momento epico.

In Saku si muovono timidamente i piedi a tempo di 2step garage e, come da stilemi del genere, quasi con richiami a Mj Cole, ecco la voce catchy e r’n’b, assolutamente suadente, di Clara La San. Ma sia l’approccio flemmatico della cantante britannica, che i due raccontano in press release di aver intercettato per caso online, sia i synth decadenti spezzano il clima danzereccio del beat garage, tanto da rendere Saku un trip disteso così come Rever si presenta come un’affascinante elegia 2step con tanto di orchestrazioni della violoncellista Julia Kent. Ritmi di ispirazione jungle, invece, sostengono i vocal spirituali e gli arpeggi in stile Moderat di Sundial che sembra lanciare un solo invito: chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare.

I Bicep sono abili costruttori di texture ritmiche: il pregio della loro musica è nei contrasti inaspettati tra le sincopi nervose di drum, hi-hat e kick e gli strati melodici angelici e di ispirazione trance (Cazenove, Fir), che regalano saliscendi di tensione e rapimento. Matt e Andy, tra ricerche per il blog e innumerevoli remix a cassa dritta, hanno assorbito così tanto le vibrazioni della club culture da decostruirle e farne materiale per ascolti pensosi. Una produzione ancora una volta elegante, nel solco delle uscite di Ninja Tune, pronta ad ammaliare il pubblico dei festival conceptronici, anche senza concetti militanti alle spalle, e quello amante del dancefloor.

Se Untrue di Burial è una malinconica riflessione sulla morte del rave o «musica per chi torna a casa da solo di notte» (come la definì Loud & Quiet, definizione recentemente ripresa dal nostro Fernando Rennis in un’antologia dei volumi di Mark Fisher usciti in Italia per Minimum Fax), Isles può essere colonna sonora di un periodo in cui si guarda ai club con nostalgia. In cui i ritmi ci tengono svegli, le atmosfere spirituali provano a distendere l’animo.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette