• dic
    08
    2015

Album

White Forest Records

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Il disco di Bienoise arriva in coda ad un anno suggellato da tante, ottime, uscite per White Forest Records, l’etichetta romana focalizzata sulla scena elettronica nostrana il cui roster può contare su Furtherset e Broke One, Lamusa e Jaynes, senza dimenticare le suggestive visioni tropicali di Montoya, il synth-pop color pastello dei Celluloid Jam e non ultimo Sonambient, autore di un ottimo sophomore pubblicato lo scorso gennaio. Ci sarebbe poi un certo Gonzo firmato dal big boss Capibara che pur uscito in free download, e teoricamente auto prodotto, è da considerarsi a pieno titolo tra i dischi che contano per l’elettronica italiana. L’effettivo esordio di Alberto Ricca è una bella sorpresa che si prepotenza ai vertici dell’annata tanto all’interno del sopracitato catalogo quanto per made in Italy tutto. Se non lo troverete in praticamente nessuna delle fiorenti classifiche del 2015, la ragione è tutta legata al calendario (8 dicembre).

Il disco si compone di otto tracce di elettronica matura e profonda dal sound ricco e iper stratificato e dalla produzione che potremmo definire (con un ossimoro spesso calzante anche per tante altre produzioni recenti) accuratamente lo fi: suoni levigati e rifiniti con tutti i sacri crismi del caso ma al contempo irruviditi da una patina vagamente polverosa e nostalgicamente vintage, dal sapore di VHS dimenticata e ora riscoperta in un armonico incontro tra digitale ed analogico.

L’andamento dell’album è calmo e compassato – solo due tracce rimangono sotto i 6 minuti di durata – con l’attenzione e la pazienza di chi non ha nessuna fretta, costruendo e lasciando fiorire ogni singolo pezzo senza affrettarne l’evoluzione; è il caso ad esempio dell’elegante house della title-track, che procede senza scarti aspettando quasi 3 minuti prima di introdurre la voce che diventa brevemente il nuovo fulcro del pezzo (quasi come una novella Made to Stray di mount-kimbiana memoria): in ogni traccia la sensazione è che Bienoise abbia molto da dire e si prenda tutto il tempo necessario per farlo, costruendo otto piccoli mondi ognuno a sé stante per atmosfere e suggestioni – mai ci saremmo aspettati le oscurità a tratti “burialesche” di Found a Tresure a metà scaletta – legati unicamente da una coerenza di approccio anzichè di tema. La grandezza del disco sta anche – se non soprattutto – nel riuscire a non suonare minimamente frammentario a fronte di una sostenuta eterogeneità stilistica e cromatica, riuscendo così a presentare come coerente e sequenziale una raccolta di 8 potenziali (e lunghi) singoli.

1 gennaio 2016
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