Recensioni

Una risata vi seppellirà. Ellipsis, settimo album per gli scozzesi Biffy Clyro, inizia così, con Simon Neil che sghignazza fra il diabolico e il burlone, nella traccia d’apertura Wolves of Winter, esempio perfetto di come tradizione pop-rock anni Duemila e piacioneria commerciale convivano più felici che mai. Il disco, che arriva a tre anni di distanza dal poco convincente Opposites, vede Neil e i fratelli Johnston al lavoro con un nuovo produttore – dopo la storica collaborazione con Garth Richardson – ovvero Rich Costey, noto per aver limato Absolution dei Muse e l’ultima fatica discografica dei Death Cab for Cutie.
Producer d’esperienza, successo massiccio in patria (con Opposites che raggiunge il primo posto nella classifica UK) e altrove, il crollo mentale di Neil dovuto a una serie di scomparse importanti durante la lavorazione del nuovo disco, la fuga dalla Scozia fino a Los Angeles per respirare aria nuova e trovare finalmente l’ispirazione: insomma, tutti gli ingredienti per un disco compiuto, una sorta di rinnovato e potente Blackened Sky 2.0. Purtroppo, quello che secondo Simon Neil doveva suonare «più come un pugno sul naso che come un grande abbraccio», è in realtà un disco inoffensivo, privo di emotività, nonostante provi in tutti i modi a sfondare il muro del suono con accordi platealmente viscerali. Undici brani (tredici nella versione deluxe) che straripano di chitarroni roboanti a metà fra Def Leppard e My Chemical Romance, sentimentalismi straziati e un gusto tutto americano nel rifarsi a una forma-canzone molto dritta, tirata, come si faceva negli anni Ottanta. Insomma, i tre scozzesi ci provano, ce la mettono tutta, cercando di toccare l’ascoltatore con riff e pelli tiratissime: ma c’è qualcosa di tremendamente vuoto e freddo nell’impatto che hanno le canzoni di Ellipsis su chi le ascolta per la prima volta, come se l’esagerata volontà di rendere il suono denso di emozione, di brividi lungo la schiena, giocasse a suo sfavore, ponendolo in una sorta di limbo dell’indifferenza, che è poi il risultato finale una volta assorbito il disco nella sua interezza.
Canzoni che stanno benissimo – anzi, sembrano nate esattamente per quello – come tappeto sonoro per le scene madre di un telefilm americano per adolescenti: Ellipsis è un grande calderone pop-rock commerciale da grande stadio, da cantare tutti insieme con le mani al cielo e il sudore che cola lungo la fronte; è una battaglia di tradizione rock’n’roll contaminata qua e là da guizzi post hardcore (On a bang, il pezzo più a fuoco del disco), elementi country (nella ballad honky-tonk Small Wishes, dedicata alla Scozia), indie-pop (in Friend and Enemies sembra di ascoltare Adam Levine), elettronici (la nickelbeckiana Re-arrange) o acustici (Medicine, e i suoi campanellini sciropposi che fanno tanto ballo del liceo). La band aveva detto che l’idea iniziale per Ellipsis, almeno in fase di preparazione del disco, era quella di «farlo suonare nel modo più incasinato e strano possibile»: i brani, tutti a loro modo inni pop-rock di facilissima assimilazione, sprizzano di esuberanza e chitarre ficcanti ma mancano di coesione, coesione che avrebbe perlomeno potuto trasformare il disco in un lavoro discreto.
Con una batteria che “pompa” imperterrita verso impennate à la Foo Fighters, chitarrone incendiarie, melodie piacione, amplificatori esplosivi, linee di basso energetiche che spesso da sole salvano il brano, il settimo album dei Biffy Clyro offre ai fan – vecchi e nuovi – un rock sicuramente energico, ma non contagioso, perché a mancare è il piglio rabbioso, il nervosismo distorto che, alla luce degli eventi personali accaduti a Neil, ci si aspettava. La somiglianza sempre più palese con gruppi come i Thirty Seconds to Mars, l’architettura sonica così smaccatamente dalle buone maniere, pongono di nuovo la questione sul pre e post Puzzle, album che rappresenta un punto di svolta per la band scozzese e che suona come un doppio disco al cui interno sembrano convivere due diversi mo(n)di: il vecchio sound in procinto di essere abbandonato e il nuovo spirito pop.
Anche Ellipsis sembra destinato a segnare un prima e un dopo, lasciando delusi alcuni fan di vecchia data ed entusiasmando le nuove leve in cerca dell’ennesima fucking band pop-rock di turno. Nel frattempo ci troviamo davanti un disco che non convince, e una band che nonostante il mare di fan in trepidante attesa sotto i palchi di mezzo mondo, dovrebbe capire quale strada prendere, perché può permettersi di fare meglio, e di farlo in fretta. Oggi Ellipsis potrebbe essere perfetto solo come colonna sonora di One Tree Hill, dieci anni dopo. Seppelliti da una risata, già.
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