Recensioni

8.7

«I was born in this town / Live here my whole life / Probably come to die in this town» è l’incipit perfetto di un racconto postmoderno sulla claustrofobica provincia americana, ma non sono le parole utilizzate da un Chris Offut per descrivere le lande aspre e desolate del Kentucky, ma i versi della prima strofa di Kerosene, forse il brano più rappresentativo, sicuramente il più conosciuto, dei Big Black. Una band capace di marcare una differenza significativa rispetto alla scena degli anni ’80, con un prorompente mix di pochi ma efficacissimi ingredienti: moniker evocativo della paura atavica di una plumbea e imperscrutabile presenza, canzoni scolpite nel rumore che raccontano nel modo più provocatorio possibile il lato oscuro dell’essere umano e una ferrea etica anticommerciale racchiusa in un minimale manifesto programmatico: «tratta chiunque con il rispetto che merita (e non più), evita le persone che solleticano la tua vanità (hanno sempre un secondo fine), opera il più possibile al di fuori della “scena musicale”. Nel frattempo non farti prendere per il culo da nessuno». Tutto questo, unito al disprezzo per la smania di successo e a saldi principi diy (né manager, né avvocati, né anticipi da label e tour rigorosamente autogestiti), ha permesso alla band la totale libertà creativa («Nessuno ci ha mai detto cosa fare e nessuno ha preso i nostri soldi»).

Nati a Chicago nel 1981, originariamente come progetto solista dello studente, nonché velenoso critico musicale, Steve Albini (il primo tassello della sua carriera di influente musicista), diventato trio nel 1983 con l’ingresso del chitarrista Santiago Durango e del bassista Jeff Pezzati, entrambi degli eccelsi Naked Raygun (alla batteria Roland, ovvero la fedele e instancabile drum machine), i Big Black sfogano un approccio al punk rock del tutto peculiare. Se all’indisponente nerd di Pasadena, infatti, l’heavy metal appariva caricaturale e l’hardcore, oramai incartato nella sterile ripetitività, quantomeno infantile, la formazione decide di plasmare la propria devastante via di fuga dall’omologazione sonora. Così, i furiosi ritmi meccanizzati, scorticati da chitarre che suonano come motoseghe, fanno da denso substrato per riflessioni ellittiche su una fauna umana composta di personalità borderline, immortalate in un tripudio di parossismo nichilista. Dopo tre EP che hanno schiantato altrettanti macigni in uno stagno, travolgendo i pochi (almeno fino ad allora) fedeli sostenitori, nonché il subentro nell’84 di Dave Riley dei Savage Beliefs al posto di Pezzati, che ha innervato nel suono un gusto melodico decisamente più consapevole, il trio produce nel 1986 il suo primo album lungo.

Con Atomizer la band mette a punto nel modo più corrosivo possibile tutti i precetti già espressi, tracciando una profonda linea di demarcazione, persino ideologica, tra un prima e un dopo nel modo di intendere il noise rock. Un lavoro che raggiunge nuovi vertici di violenza sonora grazie alla produzione centratissima e alle trame perfettamente calibrate per colpire duro, che arricchiscono il suffisso post, anteposto alla parola core, con un tocco di grigiore à la Swans e dosi di metallurgia à la Einsturzende Neubauten. Un’obliqua potenza di fuoco, per l’epoca assolutamente esasperante, che mette a dura prova la resistenza dell’ascoltatore. Già, perché i Big Black, oltretutto, non si limitano come molti dei loro colleghi a provocare l’ipocrita moralismo borghese, ma mostrano il male con la stessa morbosità di una soggettiva insistita sui dettagli di un’operazione chirurgica; e lo fanno sputando su tutto e tutti, persino sulla scena stessa, di fatto non esente da concezioni perbeniste. L’obiettivo era cambiare il modo in cui vivi, non quello in cui parli, e in quest’ottica non esitano minimamente a lanciare un tir impazzito a folle velocità contro la bieca omologazione culturale: i disastrati personaggi che affollano l’album sono terrificanti incubi nascosti sotto la patina del sogno americano, impudiche figure di psicotici di cui si può rintracciare qualche corrispettivo filmico nella sconcertante figura del Travis Bickle di Taxi Driver o, col senno di poi, nel William “Bill” Foster di Un Giorno di Ordinaria Follia.

L’iniziale assalto di Jordan, Minnesota è una vera dichiarazione d’intenti: chitarre letteralmente malmenate, tiro punk soffocato da vangate di rumore e maniacale narrazione  del vero caso di un gran numero di adulti della città rurale incriminati (poi prosciolti) con l’accusa di un enorme giro di abusi su minori. Passing Complexion, dal canto suo, scortica a suon di corde un meccanico funk con il fare di un gesso spezzato su una lavagna, mentre la stortissima Big Money racconta di un poliziotto corrotto stendendo altre feroci pennellate di funk bianco su dinamiche implacabili. Il modo migliore, poi, per inoltrarsi nella trama di Kerosene è affidarsi alle lapidarie note introduttive scritte dalla band stessa: «Nelle piccole città di provincia ci sono solo due modi di passare il tempo. Una è far saltare in aria le cose per divertimento. L’altra è fare sesso con l’unica ragazza della città che scopa con tutti. Kerosene parla di un tipo che cerca di combinare i due piaceri».

Le chitarre vetrose e gli armonici laceranti aprono la strada al basso di Riley, che come un fiume in piena travolge ogni cosa, trascinando con se tagli à la Gang Of Four e ritmiche hard rock in odore di ’70 (ZZ Top anyone?): «Keep me on fire, kerosene» è il mantra di un malato di mente con gli occhi iniettati di fiamme inevitabilmente dolose. Prosegue la monotonia percussiva di Bad Houses, un lento psicodramma interiore che non risolve il dilemma se la pistola sia puntata verso se stessi o qualcun altro («I hate myself for my weakness»), l’unica certezza è che il colpo sarà esploso; mentre le successive irruzioni di Fists Of Love, un’ode al sadismo veicolata da un malatissimo incedere rugginoso, e di Stinking Drunk, la cruda esplorazione della mente di un alcolista violento, strattonano fino al successivo picco disturbante dell’album. Bazooka Joe è un brano ossessivo, nel quale Albini, con ottimo senso del climax, interpreta il farneticante monologo di un reduce di guerra che arriva a scaricare le sue turbe psichiche trasformandosi in un serial killer: la cavalcata incalza, le riflessioni diventano delirio e le reiterazioni linguistiche masticano pura alienazione. Strange Thing chiude il repertorio di questo paradossale freakshow, distillando la sua primordiale cattiveria in una mostra delle atrocità, fatta di minimalismo martellante e subumani gorgheggi naif. Come se questo non bastasse, arriva anche il bis con la versione live di Cables (dall’EP Bulldozer del 1983), brano che diventa ancora più infernale e slabbrato, così giocato sui rilanci al rumore bianco dell’esecuzione dal vivo.

Insoddisfatti della Homestead, giudicata dai tre eccessivamente attenta al business, i Big Black firmeranno poi per Touch And Go, con la quale pubblicheranno nell’87 il buon Headache EP e lo splendido album Songs About Fucking, sciogliendosi subito dopo il tour dello stesso anno, ma non prima di aver potuto affermare con soddisfazione: «We had a fucking blast, and blasted a few ourselves». Per il suo carattere seminale, tuttavia, Atomizer resta non solo il vertice espressivo della band, ma anche uno dei capisaldi del rock americano tutto. Una grande lezione di stile, libertà e visione etica che, nonostante gli anni, continua a suonare estremamente originale e viscerale; un ottimo termine di paragone per inquadrare la produzione musicale successiva, e nondimeno quella odierna. Giocando a immaginare una frase che potrebbe stare nello strafottente repertorio di Steve Albini, si può dire che tenere bene a mente il significato di un lavoro come questo è estremamente utile per capire se qualcuno, con le sue canzoncine, ti stia facendo un discorso serio o solamente prendendo per il culo.

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