Recensioni

7.3

Sono trascorsi appena tre anni dall’esordio dei Big Thief, indie-rock band con base a Brooklyn che, proprio a partire da Masterpiece, ha inanellato una serie di intuizioni interessanti in grado di portarla in pochissimo tempo a calpestare palcoscenici di spessore e ad essere – quasi da subito – indicata come astro nascente dell’alt-folk d’oltreoceano. Anche su queste pagine abbiamo speso parole lodevoli per la band americana capitanata da Adrianne Lenker, voce ed anima del progetto, che anche in questo 2019 sembra intenzionata a ritagliarsi un posto di rilievo nelle classifiche di fine anno. Sì perché questa terza prova porta addosso i segni di una crescita costante, delicata, incredibilmente naturale.

E pare di percepirla sul serio quell’affinità sempre più solida tra i membri della band di cui si legge nella cartella stampa. Nasce anzi proprio da lì questo U.F.O.F., dalla capacità – anch’essa naturale – di ritrovarsi sintonizzati su un’unica onda, lunghissima e lucente: andate a riguardare, per intenderci, i primi 30 secondi dell’omonimo clip dell’esordio Masterpiece e capirete di cosa parliamo. È tutta racchiusa lì l’alchimia dei Big Thief. E non può che ritornare, se volete ancora con più forza, in questa nuova produzione che segna anche il passaggio definitivo dalla Saddle Creek alla 4AD, già di per sé significativo. Ma veniamo ai contenuti.

U.F.O.F. attraversa in punta di piedi l’immaginario tematico finora imbastito da Lenker e soci: «Farsi nuove amicizie con qualcosa di sconosciuto». Parafrasando, rifuggire la routine quotidiana ed essere aperti alle incertezze che la vita ti pone sulla strada. E non risulta difficile credere alla bonarietà di queste dichiarazioni visto che i 12 brani dell’album (tra cui una nuova versione di Terminal Paradise tratta dal secondo album solista della Lenker) sono praticamente nati durante i tanti tour in giro per America ed Europa: li hanno metabolizzati, dati in pasto al pubblico e ricevuto feedback tanto positivi da spingerli a registrare il tutto in pochi giorni presso i Bear Creek Studios, con il supporto prezioso di Dom Monks e Andrew Sarlo.

Con estrema naturalezza e concretezza, i Big Thief tessono trame sottilissime, tutte cucite intorno alla voce eterea eppure imprescindibile della Lenker, sempre più protagonista. Anzi potremmo dire punto di snodo da cui nascono e si disintegrano melodie e suggestioni: prendete un brano come Jenni, dove chitarra-basso-batteria sembrano quasi scomparire dinanzi alla purezza vocale di Adrianne; così come Cattails mostra come la manipolazione della materia indie-folk abbia subìto una trasformazione sostanziale: molto più composta, meno fragorosa e caotica rispetto agli esordi. C’è un lavoro certosino anche sulle atmosfere: scenari dreamy in alcuni frangenti (Open Desert), al limite dell’alt-pop in altri (Betsy). Ogni brano, una piccola tela dalle tonalità cangianti.

È innegabile il percorso di maturazione portato avanti dai Big Thief. Con U.F.O.F mostrano di aver piegato a proprio favore stilemi e cliché alt-folk per trasformarli in una miscela di suoni sempre calibrati e ben messi a fuoco. Pochissime sbavature e una buona dose di qualità per una band che sembra sempre più vicina a scoprire la propria vera essenza.

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