Recensioni

7

Atmosfere desertiche in chiave indie-rock miste ad uno spurio songwriting si condensano nell’album d’esordio della band con base a Brooklyn Big Thief, new entry del roster di Saddle Creek. Un viaggio sbilenco ed umbratile che profuma di 90’s quello di Masterpiece, compiuto con una bussola che punta al più introspettivo lato umano qui raccontato attraverso fugaci short-stories accompagnate dall’ottima voce narrante/cantante di Adrianne Lenker. Il divincolarsi da canoni di genere offre più di una chiave di lettura: non solo turbolenze indie-rock, infatti, ma anche momenti di trasognato alt-folk, volteggiamenti in lo-fi (Little Arrow) ed un cantato sempre brillante – anche volutamente trascinato – che tinge di velata malinconia ogni storia sussurrata, ogni accordo appena accennato.

Anche dal punto di vista degli arrangiamenti Masterpiece è orientato verso un’imprescindibile necessità di contaminazione tra vari segmenti sonori: dagli scossoni più chitarristici (Real Love), che da un lato ammiccano al più recente Frankie Cosmos e dall’altro porgono il fianco alle acrobazie rock-blues firmate Anna Calvi, passando per i vocalizzi eterei ed angelici della lacrimevole ballata Paul – simil Buckley – che  ben sottolineano la caratura comunicativa di cui è dotata la band newyorkese: chitarre tremolanti che accennano ma non definiscono, batteria su bassa frequenza e strofe serrate a reggere il peso della narrazione. E anche se c’è l’attitudine ma non il mestiere à la Courtney Barnett, episodi quali Humans e Animals restano degni di nota per i cambi di tempo improvvisi, dettati da un set ritmico essenziale ma sempre di buon profilo, quasi altezza Violent Femmes. Quando l’animo di Adrianne inizia a sgretolarsi sul cupo songwriting in salsa Marissa Nadler (Parallels), la curva di Masterpiece si deforma fino a raggiungere picchi emotivi che ricordano ballate struggenti targate Robert Smith, con le chitarre a fare il lavoro sporco chiudendo il cerchio di un disco che per tutta la sua durata riesce ad insinuarsi comodamente sottopelle.

L’equilibrio dato dall’alternarsi di ballate animose ed estatici momenti di delicata narrazione fanno dell’opera prima dei Big Thief un esordio da non sottovalutare e che fa ben sperare per il futuro. I Nostri si mettono alla prova evitando strade scontate e già ampiamente battute, riuscendo col minimo sforzo – del più comune assetto basso/chitarra/batteria – ad ottenere il massimo risultato.

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