• Set
    16
    2013

Album

Drag City

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Ai molti album che hanno caratterizzato la carriera dell’ex-Smog Bill Callahan mancava certo la svolta dub. È quello che avranno pensato i fan alle prese con le prime indiscrezioni relative all’uscita di Dream River, quinto album a nome Callahan, ma diciottesimo se si contano quelli licenziati con il moniker Smog. In realtà la svolta dub è solo una trovata pubblicitaria e l’album si riposiziona fra le odi al solipsismo a cui il cantautore del Maryland ci ha abituato.

Diventato ormai simbolo del cantautorato lo fi e del malinconico picchettato sulla sei corde, Callahan sembra riuscire ancora a smuovere anima e testa. La formula rimane invariata: distese sterminate di paesaggio interiorizzato si fondono col suono dell’anima nella prima parte del disco. Che siano gli archi della ballata country The Sing o i fiati western di Javelin Unlanding, Callahan riesce sempre a tessere atmosfere non banali, servendosi di un ricco bagaglio che parte dagli standard della tradizione e si schianta con il cantautorato avant-garde. Da Summer Painter in giù, poi, fanno capolino una manciata di trucchetti rumoristici, movimenti metronimici, testi più movimentati, declamati, al solito, col fare baritonale e monocorde che l’ha sempre caratterizzato. Comparendo di frequente in un ambiente che l’ha paragonato a Daniel Johnston, Nick Drake e altri cantautori trasversali, Callahan ha probabilmente interiorizzato un’esperienza di songwriting meno hypato, ma tremendamente coinvolgente, volgendo lo sguardo ad artisti come Kath Bloom o Chris Knox.

Smorzati gli eccessi, Dream River rimane un disco piacevole, senza pretese, in cui la natura diventa teatro di sfogo delle pressioni della vita e l’uomo torna, in otto episodi, a far parte della terra che l’ha generato.

17 Settembre 2013
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