Recensioni

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Erano gli anni 90, c’erano le Spice Girls, c’era il grunge e c’erano le rivalità tra East Coast e West Coast. Nel 1990 esce Heaven or Las Vegas dei Cocteau Twins. C’erano le tute da ginnastica dell’Adidas, i jeans larghi a vita alta, i trucchi pesanti, c’era un’attenzione maggiore verso le sottoculture e un’inclinazione a reinventare e commercializzare gran parte dei prodotti che avevano trovato casa nell’underground. Si affacciava alle classifiche il pop liquido come lo conosciamo ora, e tra i ranghi del Mickey Mouse Club crescevano le future star della cultura pop.

In Retromania, Simon Reynolds esordisce scrivendo: «L’era pop in cui viviamo è impazzita per tutto ciò che è rétro e commemorativo». Se negli anni passati c’è stato infatti un totale recupero degli anni 80, oggigiorno la tendenza è la nostalgia per i 90s. Quando la si vede con i pantaloni larghi da basket, i calzini alti sulle caviglie, il felpone oversize, le Jordan ai piedi, non si può che pensarlo: Billie Eilish, la nuova stella nascente del pop internazionale, classe 2001, tra le adulazioni varie viene (non a caso) accostata da Dave Grohl in persona proprio ai Nirvana. E il cerchio si chiude. Guardandola nel video di Bad Guy,  mentre se ne va in giro dentro una mini macchina dandosi un tono da bad girl, salta subito in mente Avril Lavigne nel video di Complicated, che se è pur vero che uscì nel 2002 rimane comunque una metabolizzazione pop del decennio precedente. La sua vena più cupa rimanda invece ai mondi costruiti dalla musica dark e dall’emo.

Ma l’immaginario di Billie Eilish non è costruito solo sul passato. Ci si rende immediatamente conto, infatti, che assomiglia tanto a Cara Delevigne, e le assomiglia ancora di più se si pensa al ruolo trasformista interpretato dall’attrice in Suicide Squad che, per l’appunto, si alternava tra la figura della strega dannata e maledetta, e quella della brava ragazza. A Billie Eilish piace cambiare, gioca con i ruoli, tra colori accesi e tinte scure, indossa i panni della teenager tuffandosi però dentro un mare di emozioni vive, profonde e taglienti. Queste metamorfosi vengono accentuate nei suoi videoclip, che vengono costruiti su un montaggio veloce e narrativo, che procede per stacchi e risulta disturbante nella sua destrutturazione.

Nostalgica e fresca, con un fare pseudo alternativo da giovane teenager senza sovrastrutture sociali, pronta ad affermarsi e con uno spessore dato dalla veridicità concreta delle sue emozioni, la giovane songwriter losangelina, con un po’ di malizia sembra quasi un bel pacchetto discografico incartato con un fiocco sulla testa. Eppure la ragazza confeziona il suo primo disco da sola, con il fratello che le dà una mano con la produzione, nella loro casa. Come farebbe qualunque adolescente, carica una canzone su Soundcloud, e poi all’improvviso, quasi per caso, arriva il successo mondiale.

WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?, nasce con l’idea di un concept che ruoti attorno ai film dell’orrore, ma diciamolo subito, qua non c’è nulla di lontanamente spaventoso. Dove andiamo tutti quando ci addormentiamo? Ricorda tanto Holden Caulfield e la sua insistente domanda esistenziale: «dove vanno le anatre quando il lago gela?», ed effettivamente qualcosa che li accomuna c’è, ed è proprio quel senso di perdita e di inadeguatezza che si prova da adolescenti. Billie racconta quindi quello che è, presentando un mondo di mostri che può essere disegnato solo dentro la mente di chi non è ancora entrato nell’età adulta. Profondo e coinvolgente, cristallino nelle sue tonalità dark. «I have taken out my invisalign and this is the album», dice nell’opening track, iniziando a strappare via la prima parte di sè, l’apparecchio, mostrandosi naturale, disarmata. In bad guy prosegue mostrando le sue ferite, raccontando la sua parte più vulnerabile, descrivendosi mentre perde sangue dal naso e si inginocchia per un ragazzo davanti al quale inizialmente si sente debole. È infatti attraverso la sofferenza e l’autocoscienza che si compie il viaggio di Billie. Ci viene presentato il mondo degli adolescenti, fatto di droghe (xanny) e di demoni che dall’immaginario religioso si concretizzano nel quotidiano, sino a prendere parola nelle sue stesse canzoni (bury a friend). Ma è sbagliato pensare che quello raccontato sia unicamente un mondo scuro e cupo, privo di colori. C’è anche l’amore, nelle storie di Billie, vissuto sì con paura, ma anche con speranza. Se in wish you were gay la Nostra si preoccupa di essere rifiutata dal ragazzo per cui prova interesse, in i love you si mostra totalmente e dolcemente disarmata.

WHEN WE ALL FALL ASLEEP WHERE DO WE GO, non è il ritratto di una generazione, ma è il ritratto di un momento di vita. Non c’è nulla di incredibilmente forte come l’adolescenza: in quegli anni ogni emozione è esponenziale, le paure e le ferite sono sempre più profonde, la felicità è fugace ma travolgente. Ci si affaccia al mondo con la consapevolezza di farne parte e ogni scelta è guidata dall’audacia di voler capire chi si è. Quando queste sensazioni si trasformano in arte, e quindi in musica come in questo caso, quello che si crea è un vortice o un’incredibile crepa. Ed è qui che sta la forza emotiva di quest’album, nel buttarci ancora una volta dentro le ferite della nostra adolescenza.

Ma oltre le insicurezze, l’amore, le tenebre, cosa c’è nel mondo musicale di una ragazza di 17 anni? Tutto quello che è fresco. La base, che guarda un po’  alla malinconia di Lana del Rey, un po’ alla spregiudicatezza di Miley Cirus e un po’ alla sicurezza di Taylor Swift, è estremamente pop e radiofonica. Non mancano comunque le contaminazioni in perfetta tendenza con le tendenze del momento come come l’hip-hop e l’elettronica, condite una produzione che si asciuga guardando quasi a un minimalismo scevro da sovrastrutture. Le linee di basso martellanti da club in bad guy, il dolce ukulele straniante in 8, la cantilena distorta e languida di xanny, le influenze hip-hop in all the good girls go to hell si sposano con un’inclinazione melodica e una voce a volte biascicata che non si capisce sino a che punto possa incantare o disturbare. Non mancano nemmeno le ballate, come wish you were gay e when the party is over, che assieme alla sopracitata 8 rappresentano i momenti più delicati e morbidi del disco, fondamentali per alleggerire l’ascolto.

WHEN WE ALL FALL ASLEEP WHERE DO WE GO è un disco destrutturato, spezzettato, postmoderno, con diverse identità, ma che nella sua frammentarietà ha uno storytelling emotivo che lo tiene unito dall’inizio alla fine. Fresco sì, ma non innovativo quanto ci si aspettasse. La proposta di Billie Eilish è sicuramente interessante, qui e adesso. Il racconto dell’adolescenza di un adolescente che vive in questo momento storico, e forse al di fuori di questa cornice, non resta troppo. Per guadagnarsi l’etichetta da popstar deve ancora crescere, continuare ad assorbire e rielaborare i suoi sentimenti e lasciarli maturare affinchè possano trasformarsi in qualcosa di nuovo che allontani lo spauracchio “caro diario”, pronto a spuntare da dietro l’angolo. La base c’è.

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