Recensioni

Arrivato a Schengen, Mario Bajardi, violinista e compositore (elettroacustico come elettronico tout court) che da anni seguiamo su SA, sa di essere giunto a un punto cruciale per la sua complessa ma tutt’altro che impenetrabile carriera. Dopo quasi dieci anni di pubblicazioni discografiche (l’esordio, Overture Arcaica, del 2007 e da allora le mirate pubblicazioni Archives e gli EP Glass Orchestra e Inverse EP) il suo percorso necessitava di una pubblicazione di peso con la quale si misureranno poi quelle successive e, a parziale conferma di ciò, già la scelta di un titolo – Schengen – che richiama inequivocabilmente l’epocale transizione che stiamo vivendo. Una transumanza che ha messo in serio pericolo proprio l’acquis di Schengen, ovvero quell’insieme di norme e disposizioni, integrate nel diritto dell’Unione Europea, che ha enormemente favorito la libera circolazione dei cittadini all’interno del cosiddetto Spazio Schengen, giurisprudenza che davamo per scontata e che Bajardi mette in relazione con la libertà con la quale ha sempre prodotto la sua musica. Dunque, abbiamo un disco complesso all’interno del quale, al riparo dalle mode elettroniche, lo sguardo si è fatto più scuro e cinematografico, una cinematografia astratta in dialogo tra spazio e umori, più che tra storia e storie.
La musica, al solito nella tradizione di BJM, si compone di un ricco dedalo di influenze: poggia sul sound design ma si spazia molto attraversando l’elettronica più classicheggiante del catalogo Warp (da Aphex Twin a Jon Hopkins), inevitabili rimandi alla contemporanea (in particolare, a quella per coro), tocchi psichedelici (vedi anche la chitarra in Kaos Therapy) e non ultimo un portato di esperienze legate ad ambienti dai rimbalzi world e new age. Anche qui la ricca libreria di suoni processati di cui Bajardi si serve e che sviluppa da anni (vedi l’esperienza con la software house americana 8Dio) risulta preziosissima nel conferire alle tracce un carattere particolare, mai sinistro, semmai insidioso (vedi Opulence).
Le composizioni si sviluppano grazie a giustapposizioni elettroniche ottenute con processing di suoni campionati dal suo violino e altre fonti concrete (vedi l’opener Diva), con l’ausilio di sporadiche partiture per piano à la Eno (Schengen Memories), con l’utilizzo di un coro che si riallaccia alla musica medioevale (la trilogia Officium) o anche grazie ad un vocoder che ricorda la produzione più meditabonda degli AIR (NOVA, la traccia più electro del lotto). A proposito di Brian Eno, Schengen richiama in più punti il suo ultimo lavoro (The ship) sia per un concept che si interfaccia naturalmente con l’acqua e il rapporto che da sempre l’uomo ha con essa, sia per il portato generale di opera che conserva alcuni gradi di mistero, slegata com’è da una qualsivoglia analisi documentaristica o cronologica. È un modo indiretto, in una parola ambientale, per suonare musica che esprima l’umore del proprio tempo senza doverne raccontare fatti o persone. Disco affatto difficile all’ascolto e per sviluppo delle trame, questo di Bajardi, eppure un lavoro che siamo invitati ad ascoltare più volte per poterne apprezzare le sfumature o, semplicemente, valorizzarne alcuni momenti, come ad esempio la take più electro del lotto, Opulence.
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