• mar
    17
    2015

Album

One Little Indian, Carosello Records

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La situazione è confusa, quasi fuori controllo. Sembra che stia sempre per succedere qualcosa che rimetterà in discussione il tuo calendario. Le date di pubblicazione dei dischi, nella fattispecie, hanno ormai l’attendibilità di una promessa elettorale. I clamorosi leak di cui sono state vittime Madonna e Björk le hanno obbligate a rivedere drasticamente le strategie promozionali per il lancio del nuovo lavoro. Però mentre della statunitense erano circolati solo sei demo (per quanto già a buon punto), le tracce dell’islandese finite in rete erano tutte e talmente buone da farle decidere di tagliare la testa al toro anticipandone di quasi due mesi l’uscita.

Vulnicura – nono album di inediti – è stato composto assieme al producer venezuelano Alejandro Ghersi (noto ai più come Arca, ha prodotto tra gli altri il fenomeno FKA Twigs) col contributo ingegneristico di The Haxan Cloak. E’ uno dei suoi dischi più essenziali dal punto di vista degli elementi sonori (archi, voce e pattern ritmici), ciò che intende volutamente mettere in primo piano scrittura e interpretazione. Scelta che riflette i postumi emotivi provocati dalla separazione da Matthew Barney, tanto per ribadire l’assioma iniziale degli imprevisti che sparigliano i piani. Così la cara Björk si presenta al pubblico di metà anni Dieci senza alcuna intenzione di tenere testa alla fama di avanguardista impenitente – che a dire il vero negli ultimi lavori sembrava diventato più un vezzo che un talento – rinculando nel giaciglio confortevole della forma canzone.

Canzoni, certo: dilatate e sottoposte ad un livello di pressione cinematica che forza le strutture, piegandole alla gravità delle esigenze espressive. Ti danno la sensazione di stanze che compongono una vera e propria piéce, cosa del tutto intenzionale visto che il tema portante del lavoro è la famiglia, la difficoltà di tenerla in vita e come la musica possa in tal senso aiutare. Come dire la biografia che come mai prima d’ora invade la scena bjorkiana, diventandone fulcro e orizzonte. T’immagini lei sola in un cono di luce circondata dal buio del palcoscenico, buio da cui esala letteralmente il mantice degli archi ed il tramestio ritmico digitale. Quasi un’ora di ascolto durante la quale affiora una certa monotonia, che del resto andava messa in conto: assodato che gli arrangiamenti sono ragguardevoli ma tutt’altro che sorprendenti, aggiunto che Björk sceglie interpretazioni intense però misurate, anzi commisurate al tono drammatico, evitando slanci e quei suoi tipici tipici squarci vocali, solo le melodie potevano conferire reale interesse alla cosa.

A momenti lo fanno: nella opening Stone Milker, con quell’enfasi assieme viscerale e panica, o nel lirismo trattenuto di Black Lake (quasi una sintesi tra la calligrafia accomodante di Homogenic e l’essenzialità digitale di Vespertine), oppure in quella Mouth Mantra che si muove solenne dietro a una ragnatela sintetica funky. Non convincono altrettanto il bolero sghembo di Atom Dance (cui il controcanto di Antony Hegarty aggiunge però un certo peso specifico), la forzatamente esotica Not Get e una Family che preme un po’ sul pedale dell’azzardo, ma solo per ricalcare cliché electro-ambient piuttosto risaputi. Parliamo insomma di un disco apprezzabile che rovescia il paradigma bjorkiano, spingendoci al confronto con un’artista interessata per la prima volta a raccontare e raccontarsi (crooner dimessa dei propri rovelli emotivi) piuttosto che a tracciare trame futuribili. Anche in questa veste non riesce ad essere del tutto banale, ma come certi fuoriclasse a fine carriera le movenze da campione sembrano opacizzate e stanche. Sta a noi comprendere e accettare, casomai.

23 gennaio 2015
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