Recensioni

7.3

I Black Midi sono uno di quei gruppi in grado di racimolare porzioni di culto giorno dopo giorno – ancora prima di esordire su formato lungo – grazie a quel connubio di personalità, gusto e talento che non può fare altro che generare curiosità. Occhi puntati da tempo quindi su questi quattro ragazzi inglesi che promettono di smuovere – e svecchiare – un po’ la frangia più sperimentale del rock contemporaneo, unendo una buona dose di follia a sonorità cervellotiche che ben si sposano con l’estetica vagamente nerd che li accompagna. Questa unione è rintracciabile anche all’interno dello stesso nome “black midi”, termine che fa parte del dizionario post-internet e fa riferimento a una serie di composizioni (talvolta virali) MIDI trasfigurate da un numero inumano di note, riproducibili solo artificialmente.

Alunni della famosa BRIT School (tra gli altri, ci sono passati Adele, Amy Winehouse, Kate Nash e Jamie Woon) in passato al centro di alcune polemiche, i Black Midi si portano già dietro l’etichetta di industry plant, agiati e supportati da fattori extra-musicali. A pensare che, neanche ventenni, hanno già in curriculum un live/EP con mister Damo Suzuki (Can), un contratto con Rough Trade e un – epico – set alla KEXP, qualche dubbio può sorgere, ma se oggi siamo qui a parlare di loro è esclusivamente per i meriti dimostrati sul campo. Meriti che coinvolgono in primis una preparazione tecnica fuori dal comune, in particolare quella del funambolico batterista Morgan Simpson (a soli quindici anni vinceva il premio Young Drummer Of The Year) e in secondo luogo il modo in cui questi tecnicismi al limite del try-to-hard riescono a convivere con una miccia incendiaria viscerale, eclettica e free-form. I generi e i nomi che si possono tirare in ballo sono tanti e quanto meno variegati: math-rock (Hella), art rock (This Heat), no wave (i Sonic Youth degli esordi), post-punk (Fall meets Pere Ubu), post-hc (i Minutemen più angolari), jazz-core (No Means No), il primo post-rock (Slint), il roster Touch and Go (il buon Edoardo Bridda suggerisce i Brainiac), prog-rock (King Crimson), tutto e niente. E ancora nomi altisonanti come Talking Heads e Captain Beefheart, immersi nei fumi di una beat generation mai vissuta.

A parte Simpson, concentrato dietro alle pelli, gli altri tre – specialmente live – si alternano al microfono. Ad emergere con maggiore frequenza e nitidezza è però la particolare voce nasale di Geordie Greep ad altezza David Thomas, impegnata in pseudo-spoken nervosi e nevrotici. Registrato con l’aiuto di Dan Carey (recentemente alle prese con un altro dei debutti dell’anno, quello dei Fontaines D.C.) in soli cinque giorni, l’album d’esordio Schlagenheim non solo rischia di diventare il simbolo di tutta la nuova scena avant-rock londinese (occhio ai Sistertalk, già autori dell’ottima Vitriol e ai Black Country, New Road), ma rischia anche di presenziare nelle zone alte di molte classifiche di fine anno.

Nove brani che, partendo dalle più classiche intuizioni da jam in saletta, si sviluppano in modo mutevole, imprevedibile, ambizioso. 953 si apre con un riff acido che si adagia arcigno sulle battute dispari che preparano a momenti di quiete alternati a detonazioni sbilenche, accelerazioni e decelerazioni. È solo la prima tappa di un percorso tortuoso, grezzo, strambo e conturbante, in cui ritroviamo Speedway – una sorta di versione meno tonda di Beautiful Blue Sky degli Ought – già pubblicata in versione 12″ (con tanto di remix di Blanck Mass) a inizio anno. Assenti, invece, gli altri due singoli rilasciati nella prima parte del 2019: Crow’s Perch e Talking Heads.

Difficile trovare il momento migliore di Schlagenheim: forse è nei passaggi impregnati di tensione slintiana di Near DT, MI, forse è nel groove infernale di Of Schlagenheim, forse è nelle aperture melodiche (una rarità) di Western, quasi sulla scia di Bowie nella loro teatralità, o forse è in una qualche impercettibile sequenza impro. Per trovare, però, il manifesto riassuntivo dei Black Midi del 2019 (hanno già annunciato di voler cambiare radicalmente sound in futuro) bisogna arrivare all’ultima traccia: Ducter. Una band che sembra sguazzare in un apparente caos in cui riesce ad essere intrigante anche quando si spinge troppo oltre, come nel caso di BmBmBm (che non è BlackmidiBlackmidiBlackmidi ma BoomBoomBoom), cinque minuti schizofrenici costruiti attorno ad un riff di basso mono-nota.

Schlagenheim è un album che con ogni probabilità farà discutere (più nel bene che nel male) e che terrà banco per parecchio tempo tra gli addetti ai lavori.

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