• Mag
    24
    2019

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Jagjaguwar

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Dai primi anni 2000 e per buona parte di quel decennio una sparuta ma agguerrita pattuglia di band americane ha rinfrescato la formula dell’hard rock più psichedelico, rilanciandolo con piglio e convinzione nel terzo millennio. Tra gli altri Comet on Fire, Six Organs of Admittance, Howlin Rain, Dead Meadow, Endless Boogie, Wooden Shjips, Espers ed i canadesi Black Mountain, rivelatisi da allora ad oggi come i più longevi e consistenti di quella generazione di psiconauti, per certi versi persasi purtroppo un po’ per strada. Il sound ricco di riferimenti e citazioni della band ha trovato modo di svilupparsi ed evolversi nel corso di quattro ambiziosi album, dall’incontro-scontro di suggestioni velvetiane e zeppeliniane in salsa krautrock del celebrato esordio all’epico In The Future, dalle tentazioni classic-rock di Wilderness Heart fino alle profondità space-rock ed i preziosismi prog e folk di IV, all’interno del quale viene finalmente messa in bella evidenza la voce di Amber Webber, sia in alternanza che in sovrapposizione a quella del carismatico leader Stephen McBean, connubio diventato vero marchio di fabbrica della formazione fino a quel punto. Questo nuovo Destroyer rimescola energicamente le carte in tavola.

L’album merita di essere raccontato partendo da un curioso antefatto, indispensabile per capire il tipo di feeling che ne ha segnato la realizzazione: un neo patentato McBean (quasi all’età di cinquanta anni per essere precisi) ha usato il tempo trascorso tra la realizzazione di IV e questo nuovo disco costruendo nel proprio garage la copia di un particolare modello di hot rod (auto di tipo old timer, ampiamente modificate) di marca Dodge, e denominato proprio “distruttore”. Da qui il suggestivo titolo. Ma non ci si limita a questo, perché tutto il lavoro è permeato dall’eccitazione e dall’ebbrezza che le corse in macchina possono regalare, soprattutto ad un autista in erba. Questo spirito giovanilistico, in combinazione con aperti riferimenti a un’epoca d’oro del rock duro più classico, fine anni ’70 inizio ’80 su per giù, porta una ventata d’aria fresca all’interno del sound di una band che rischiava di fossilizzarsi in una formula sfaccettata certo, ma ormai consolidata e per certi versi prevedibile.

Complici di questo rimaneggiamento anche i nuovi collaboratori della formazione: Adam Bulgasem (Dommengang), Kliph Scurlock dei Flaming Lips e Kid Millions degli Oneida, nonché Rachel Fannan (dei Sleepy Sun) a sostituire Amber Webber alla voce. Già da un primo ascolto si avverte una concisione degli arrangiamenti ed una compattezza di sound del tutto nuove. Le anticipazioni del disco che facevano riferimento a una nuova svolta glam-trash metal si rivelano ampiamente esagerate, il virtuosismo e le pose di quei generi non sono mai stati tratti caratteristici di questa band, che privilegia invece l’uso della melodia e la tessitura di esoteriche e sofisticate atmosfere sonore. Innegabile però l’urgenza e la muscolarità di brani come Future Shade, High Rise e Licensed to Drive. Il lato più psichedelico e sensuale dei Black Mountain riappare comunque in brani come Pretty Little Lazies e Boogie Lover, la loro visionarità sci-fi viene evocata dei sintetizzatori analogici che friggono, fischiano, gorgogliano ed urlano lungo gli otto brani che compongono la tracklist, con una traccia finale, FD 72 l’enigmatico titolo, che sembra voler fare da anello di congiunzione tra il David Bowie/Ziggy Stardust e quello più sperimentale ed elettronico della della trilogia berlinese, indicando forse una possibile direzione artistica e nuovi sviluppi sonori.

Da più parti e sempre più spesso si lamenta il declino, se non la morte, della musica rock, così per come l’abbiamo sempre conosciuta nella sua accezione più ampia. Basterebbe cercare tra la miriade di band che popolano ed animano il sottosuolo, solo a breve distanza dalla pochezza e superficialità del mainstream, e che del genere mantengono vivo lo spirito attraverso le sue declinazioni più periferiche ed in molti casi più estreme, hard/heavy per intenderci, per accorgersi di quanta vitalità ci sia ancora a disposizione. I Black Mountain si possono sicuramente annoverare tra i principali garanti della sua attuale buona e robusta salute.

24 Maggio 2019
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Black Mountain at Init, 26 maggio 2008

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