Recensioni

“Home is where the heart is”, recita un vecchio adagio utilizzato nel tempo e a vario titolo in scritti, poemi e canzoni dagli artisti più disparati. E mai come per Bombino, casa e cuore convergono in un punto che più facile da localizzare non potrebbe essere: il natio Niger e l’etnia di cui il cantautore e chitarrista fa parte, quella tuareg, in onore della quale ha anche coniato un nuovo genere musicale, il “tuareggae”, del quale – ovviamente e lecitamente – rivendica il copyright.
Un genere che però in questi nuovi dieci brani si mescola al blues, al folk, al rock al funk e alla psichedelia. Non un pastone pesante e nauseabondo ma un preparato dove ogni elemento si sposa alla perfezione con gli altri. Merito anche dell’ottima band che lo accompagna (in special modo la sezione ritmica).
Scritto e cantato interamente nella lingua madre di Bombino, il tamasheq, il quinto album del compositore è stato registrato a Casablanca, nello studio del re marocchino Mohammed VI, in dieci giorni. Si tratta del primo album di Bombino registrato in Africa da parecchi anni a questa parte. L’ultimo era stato Agadez, del 2011; poi l’esilio (stavolta volontario, non come quello che lo costrinse in Burkina Faso causa l’insurrezione dei tuareg nel suo paese iniziata nel 2007) negli USA, dove si attirò l’ammirazione di vari musicisti famosi tra cui Dan Auerbach dei Black Keys, che ne produsse l’album Nomad, del 2013.
Del resto le intenzioni erano chiare fin dall’inizio se il Nostro, nel presentare il disco, ha dichiarato che «l’obiettivo di questo lavoro è sempre stato quello di avvicinarmi all’Africa».
Piedi ben piantati nel suo continente d’origine ma testa all’occidente, se è vero – com’è vero – che l’originalità nella commistione dei generi succitati ne fa una sorta di eroe dei due mondi. Nell’opening track, dedicata e intitolata proprio alla sua gente, la “tuareg people”, sembra una sorta di Pino Daniele subsahariano. E nel prosieguo del tracciato lui e i suoi sodali non sono da meno, tra riflussi lisergici, dedali sonori ipnotici, ritmi afro a mo’ di Animal Collective (ma senza elettronica) e canti sciamani a mo’ di Goat in versione equatoriale (ma senza maschere). E inoltre, last but not least, belle melodie, perlopiù solari, speranzose: per Bombino è sempre l’alba di un nuovo giorno, e non a caso “deran” significa proprio “i migliori auguri”.
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