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È passato molto tempo. Sette anni sono un sacco di tempo. Soprattutto oggi, quando tutto così spesso scorre a un velocità vertiginosa. L’ultima volta che li vidi fu a Ferrara, in una notte di mezza estate, poi quello stesso anno i Bon Iver fecero tappa in autunno a Milano, dopo di che una lontananza durata anni e una lunghissima attesa di silenzi tra ogni nuovo disco. Come accade però quasi sempre per tutte le cose che si fanno aspettare a lungo, anche in questo caso la bellezza ha raggiunto livelli inattesi.

Il Castello Scaligero è, a detta di molti, una delle location live più belle d’Italia, suggestivo sia nella imperiosa estetica da castello medievale del tredicesimo secolo, sia nella sua veste storica di fortezza e rifugio per musica di alto livello: ricordo tra i tantissimi i Sigur Rós, gli Alt-J quando ancora non se li filava nessuno, i Franz Ferdinand, Mogwai, The XX. Stupisce poi anche come un paese come Villafranca di Verona sia capace di accogliere ogni volta, come in un abbraccio, tante persone. La piacevole sensazione del trovarsi in un rifugio raggiunge il vertice massimo non appena Justin Vernon e la sua band arrivano sul palco.

Se già le luci del crepuscolo, la presenza di qualche amico lontano incontrato sul posto quasi casualmente e la perfetta gestione dell’evento da parte della produzione contribuiscono a farti sentire come a casa tua, non appena i Bon Iver iniziano il set tutto improvvisamente diventa ancora più delicato, soffuso, lieve. Ci vogliono pochissimi attimi per rendersi conto di essere al cospetto di una delle band che hanno fatto la storia della musica indipendente internazionale, mentre le prime note di Perth e la visione aerea nel maxi schermo ti lanciano senza che te ne accorga in un viaggio letteralmente spirituale: una carrellata mozzafiato, dentro la carriera di Vernon, sfiorando grandi classici come For Emma e Towers, arrivando fino ai capolavori di 22, A million come 33 “God” o 715 – CR∑∑KS, sino a nuove e bellissime tracce uscite da poche settimane come Faith e Hey, Ma. La scelta di spostarsi in modo più o meno brusco, seppure oculatissimo, in una produzione più elettronica, l’uso dell’autotune, il percorso che si intreccia con artisti molto diversi da lui come Kanye West e Francis and the Lights, l’amicizia con James Blake, l’esperienza al Michelberger Music Festival con Damien Rice e i fratelli Dessner dei The National, confermano ancora una volta la ricerca costante da parte di Vernon di una coralità, del continuo confronto con una realtà diversa dalla propria.

Parlare di esperienza mistica potrebbe smorzare tutto su toni entusiastici, eppure sorprende come una definizione del genere possa sembrare ancora limitante, e chi era lì non potrebbe che confermalo. Dal folk intimistico vissuto nel live ferrarese del 2012 tanta strada è stata fatta, e Vernon ha l’immensa capacità di continuare a stupire e a reinventarsi, riuscendo nel contempo a restare fedele a se stesso (dote maxima questa, per chi fa musica). Se sette anni fa mi colpì la sua sincerità e la semplicità, oggi commuove incontrarle immutate, anzi più solide e sicure. A mutare invece i volti dei presenti, che da ventenni che erano a Ferrara, aumentati nel numero, lentamente diventano trentenni, e mentre tutto questo spaventa un po’ nonostante sia parte del decorso naturale di tutte le cose, rassicura, alla faccia del boom di FaceApp di questi giorni, immaginarsi a molti anni da adesso quarantenne o cinquantenne ai prossimi futuri live della band in Italia, un po’ come potevano essere per i nostri genitori i live storici dei Pink Floyd.

Ma non ha il minimo senso sognarsi le cose quando si sta vivendo hic et nunc quello che senza alcun dubbio potrebbe essere catalogato come uno dei migliori live dell’anno. E non stupisce neppure che qualche fan a commento nei social abbia parlato di “concerto della vita”. Chi c’era lo sa e può testimoniarlo, come in un segreto, lento e silenzioso. Quando tutto finisce, dopo Holocene e 22 (OVER S∞∞N), Vernon è visibilmente toccato dal grande affetto dimostrato dal pubblico, lo stesso che l’ha atteso così tanto tempo. E tra i «Marry Me» e i «Ti vogliamo bene» gridati, il suo abbraccio, come una risposta, ti arriva fin dentro al cuore e sgretola tutto il cinismo che puoi avere accumulato nei giorni precedenti dentro di te. Che abbiamo disimparato a commuoverci e a stupirci è vero come la morte. Per fortuna che c’è Vernon che con i suoi «forest fire» incendia tutto quanto, e quando ritorna è capace di rompere, parafrasando Kafka, con la sua ascia da boscaiolo, senza pietà, quel mare ghiacciato che è dentro di noi. Foto di Michela Angeletti.

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