• Ago
    30
    2019

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Jagjaguwar

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Tre anni fa, quando uscì il precedente – fatidico – terzo album 22, A Million, ci eravamo lasciati con una domanda aperta sul percorso che Justin Vernon/Bon Iver avrebbe potuto intraprendere in futuro. In fondo, dicevamo allora che quel disco era stato sì in parte coraggioso, lontano dalla comfort zone del folk e del rock, ma tutto sommato non abbastanza radicale da tagliare col passato, da cambiare identità sonora. Affermavamo, insomma, che 22, A Million non era un lavoro che aprisse chissà quali nuovi spazi creativi. Nonostante l’apporto di elettronica ed effetti profusi nei suoi dieci episodi, il disco s’inseriva in una continuità con i precedenti, cercando un po’ veltronianamente di piacere a tutti.

Rispetto a tre anni fa, i,i mantiene l’impianto elettronico, autotunato, effettato, sgretolato e ricomposto di cartoline virate soulfulness, ma recupera una dimensione parzialmente acustica che in 22, A Million era glassata via Pro Tool & simili. Al centro, ancora una volta, rimane la voce in falsetto di Vernon, che continua a strizzare l’occhio a una tradizione black di grande prestigio, ma sbiancata, distillata e liofilizzata per essere appetibile a palati meno a avvezzi a quella cultura. Tracce più consistenti di folk à la For Emma, Forever Ago (e del disco omonimo) emergono qua e là non tanto carsicamente, ma proprio in primo piano. È il caso del piglio southern della conclusiva RABi, della semi-torchsong Marion in punta di chitarra acustica o del pianismo da gospel choir di U (Man Likecon tanto di coro (Brooklyn Youth Chorus).

La lista degli ospiti è lunghissima, si va da James Blake a Moses Sumney, da Bruce Hornsby a Naeem Hanks, da Camilla Staveley-Taylor a Mike Lewis, dimenticando probabilmente tutti quelli non accreditati che passavano di lì durante le registrazioni – della serie: perché non fargli cantare anche solo una frase (è il caso di Jenn Wasner dei Wye Oak)? Sembra un po’ un’utopia/comune hippie fuori tempo massimo, un volemose bbene in cui sentiamo tutti allo stesso modo il peso di questa esistenza sturm und drag urbana, soul, folk, romantica ed esistenziale. Solo che, così facendo, il rischio è che si scada (e il rischio c’è in molti testi non particolarmente rifiniti) nel cartiglio dei baci perugina, che si metta una fotocopia sbiadita dei Dolori del giovane Werther al centro dell’altarino, e che questo sia sufficiente. Invece, una certa raffazzonatezza si riscontra anche sul fronte delle melodie, perno centrale per qualsiasi artista che nonostante tutto voglia rimanere nell’alveo del pop (contemporaneo, contaminato, cubista, ma sempre pop). Prendere, ad esempio, Naeem: un brano che si riduce a un hook elementare adagiato su un crescendo che fa tanto Mumford & Sons e non riesce a raggiungere quel probabile obiettivo di inglobare dentro di sé il brucespringsteenismo. Oppure un brano tutto sommato semplice come Faith, carico di soul, che usa una serie di effetti per ornare un impianto che avrebbe retto (e forse detto di più avvalendosi di) un nudo minimalismo.

Intendiamoci, quando le cose funzionano, funzionano molto bene: Holyfields è un brano costruito su cicliche variazioni di una pulsazione ritmica che pare quasi incamerare la contemporaneità in quei violini (sintetici) e in quei soundscape che cingono lo sviluppo armonico; Hey, Ma recupera alla causa le atmosfere del secondo disco aggiornandole di field recording e manipolazioni che portano nel XXI secolo un approccio soft rock; o ancora l’ottima folktronica di Salem. Ma quando le cose vanno male, sono un tonfo secco e senza appello. Si veda alla voce Jelmore: due minuti e mezzo di miagolii di Vernon sopra un niente elettronico che speri solamente passino velocemente. O il sax piacione che entra nella seconda parte di Sh’Diah e che trasforma il brano da musica a muzak, senza passare dal via.

Per certi versi più accessibile del predecessore e più vicino alle sonorità folk che hanno reso Vernon un fenomeno mondiale, i,i sembra un altro passo incerto, diviso tra passaggi in cui si intuisce il talento cristallino di chi lo ha composto e altri in cui l’artista non sembra fino in fondo essere in controllo di quello che fa o, meglio, non prende una decisione per appuntarsi una implicita medaglia di ecumenismo. Piacerà a chi ha amato 22, A Millionma recupererà alla causa anche una parte dei coerentoni del folk della prima ora che adesso si trovano meno spiazzati di fronte a un disco più docile. Insomma, si allargherà la nazione nata attorno al cantautorato targato 2010s che cerca un capopopolo che si emozioni con loro, ma senza che questo dica qualcosa di particolarmente nuovo a tutti gli altri (che in tempi di frammentazione del pubblico, non sono numericamente pochi).

21 Agosto 2019
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