Recensioni

7.1

Una nuova raccolta di brani originali firmata Bonnie “Prince” Billy è sicuramente un (piccolo) evento nel panorama musicale. Era da otto anni che non succedeva, con l’album eponimo del 2013. Non che nel frattempo Will Oldham sia stato con le mani in mano, tutt’altro: dischi di cover di musica altrui (Merle Haggard, Susanna Wallumrod, Everly Brothers), collaborazioni (quella prescindible con i Bitchin Bajas, quella meglio assortita con i Trembling Bells), senza tralasciare le apparizioni cinematografiche (a fianco di Casey Affleck e Rooney Mara in A Ghost Story del 2017) e le riletture di se stesso di Singer’s Grave a Sea of Tongue. Niente di nuovo per l’uomo del Kentucky, abituato a confrontarsi con mezzi espressivi diversi, sempre a guardare in faccia la tradizione americane che lo ha formato e a mettere le proprie canzoni sul lettino dello psicoanalista. Succede così, come per la celebre autocover di I See Darkness, che parole scure e pesanti vengano rese con tono leggero, quasi a mettere musica e testi in collisione.

Avviene anche nel nuovo disco, che si apre con la solare New Memory Box: il tono sembra scanzonato, nascondendo in realtà una riflessione sul contrasto tra ciò che si vive e l’aspirazione a una vita tranquilla che nasconda il segreto della serenità o della felicità (“A quiet life might be/The way through it all”). Sul fronte musicale spicca la scelta, sviluppata coerentemente per tutto il programma, di un ensemble classicamente folk: chitarre, banjo, violini, ottoni, un’occasionale pianoforte o un synth discretissimo. Il chiasmo prosegue anche con The Devil’s Throat che fa pensare a incontri a tarda notte nei sabba del mito, e invece si traduce in un ballabile in levare. L’approccio ricorsivo è esplicitato fin dal titolo dalla successiva Look Backward on Your Future, Look Forward to Your Past, dove Oldham sembra rendere omaggio, voce e chitarra, alla musica degli hobo incastonata nella cultura americana (vedi alla voce Woody Guthrie).

Sul fronte dei temi, l’apocalissi sembra sempre dietro l’angolo, come avviene spesso con le canzoni di Oldham: un evento inconoscibile e immanente (il cambiamento climatico?) che spinge il protagonista a vagheggiare di un posto – a place – costruito per trarsi in salvo. Si potrebbe pensare, guardandosi attorno, che la nuova declinazione della fine di bibliche proporzioni qui faccia rima con cataclisma anche se This Is Far From Over è qui a dirci che siamo ancora lontani da una conclusione, una flebilmente speranza può ancora illuminarci in quest’oscurità.

I Made A Place culmina nel trittico finale, con le ballate che rappresentano l’apice del disco, ma mostra qualche momento poco convincente nella parte centrale. Intendiamoci, Oldham sa maneggiare con maestria la materia che tratta, dimostrandosi ancora una volta portavoce autorevolissimo della tradizione USA, ma il disco avrebbe tratto giovamento da una limatina in termini di numero di brani, concentrando il messaggio e dandogli così ancor maggior forza. Rimane comprensibile che dopo otto anni ci fossero molte cose che Oldham voleva dire. E comunque le dice meglio di molti altri.

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