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Quattordici anni dopo Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, Sacha Baron Cohen torna a vestire i panni del fittizio giornalista kazako per una nuova e delicatissima missione: dopo aver raccontato alla sua nazione cosa sono gli Stati Uniti d’America (mentre cercava di rapire Pamela Anderson), adesso dovrà portare in dono una scimmia al potente Mike Pence, attuale vice-presidente USA, per far entrare tra i potenti della Terra anche il leader della gloriosa nazione del Kazakistan.

Negli anni immediatamente successivi allo strepitoso successo commerciale del primo film (263 milioni di dollari a fronte di un budget di appena 18 milioni), Baron Cohen ha potuto alternare parti in cui mettere in risalto il suo talento recitativo (al servizio di gente come Burton, Scorsese e Hooper) ai suoi soliti personaggi irriverenti e dissacranti, in grado di mettere alla berlina i vizi e i pregiudizi della società odierna. Dal giornalista austriaco omosessuale Brüno al generale Aladeen, passando per l’hooligan Nobby Butcher. Negli ultimi tempi però il bisogno di tornare a Borat è diventato sempre più evidente per l’attore e comico britannico: dopo alcune apparizioni sporadiche, Borat si ripresentò nell’autunno 2018 per incoraggiare gli americani al voto per le elezioni parlamentari del 6 novembre. Era chiaro che già qualcosa bolliva in pentola e che il bizzarro personaggio sarebbe tornato con un nuovo film (Baron Cohen aveva già firmato per un sequel nel febbraio 2007).

E come appare questo Borat edizione 2020? Sicuramente non ha perso un briciolo dell’originalità e della scaltrezza che la sua denuncia portava con sé quattordici anni fa: le battute sono sempre intelligenti, taglienti, buttate nel corso di conversazioni (quasi) normali che spiazzano il malcapitato di turno. Come nel caso della proprietaria del negozio d’abbigliamento («Dov’è la sezione ‘No significa sì’?») o il commerciante di un ferramenta, quando rimane impassibile davanti alla volontà del protagonista di uccidere quanti più zingari possibile con una bombola di gas, o ancora il pastore costretto a fronteggiare una fittizia richiesta d’aborto in uno degli equivoci più riusciti della narrazione. Ad essere cambiata è semmai l’America, e non in meglio. Siamo negli Stati Uniti del quarto anno presidenziale di Donald Trump e il marcio, il disagio, la disuguaglianza e l’inasprimento di tutte le fasce sociali presenti nella nazione era già stata criticata (e con toni più polarizzati) nella serie HBO Who Is America? in cui Baron Cohen era davvero senza freni e senza alcun ritegno.

Borat – Seguito di film cinema perde quindi in freschezza, in spontaneità e in innovazione dello sguardo, diventando un classico instant movie, ma si conferma ancora una volta lucido nella sua critica, dissacrante – come può esserlo in un contesto diventato a sua volta ancora più incomprensibile e fuori controllo in questo infausto 2020 (dove ci siamo quasi abituati a sentir parlare di politici accusati di ripetuti abusi sessuali) – e ha dalla sua la capacità di nascondere un certo pudore fastidioso dietro ogni risata. Son già (s)cult i momenti che vedono protagonista la “figuraccia” di Rudy Giuliani, l’irruzione di Borat travestito da Trump al comizio di Pence con in braccio il sacrificio umano (la figlia Tutar interpretata dalla rivelazione Maria Bakalova) per l’esponente repubblicano, o ancora quello post-facto con l’irruzione alla Casa Bianca della stessa Tutar dopo aver bypassato i controlli di sicurezza.

La speranza è che gli americani (e non solo loro) sappiano cogliere il disgusto dietro la risata per ricordare di quali ideali una nazione dovrebbe fregiarsi, ideali che al momento giacciono all’oscuro della Trump Tower.

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