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Eno ci ha abituati da sempre alle spiegazioni e ai racconti sul proprio operato, tanto che in passato un diario sulla sua vita privata è diventato anche un libro. La sua trasparenza è un portato della persona ancor prima di quello dell’artista e sicuramente anche la discrezione è un elemento chiave. Nel recente passato sono state messe in commercio dallo stesso artista un paio di APP per permettere a chiunque di fare musica generativa e dunque creare la propria ambient, e questi software, pubblicati nel medesimo periodo in cui usciva il precedente album, Lux, erano lì ancora una volta a dimostrare la democraticità della sua arte, oltre che la semplicità e la trasparenza dei suoi pensieri. Lux, va detto, era stato pubblicato quell’anno anche in senso strategico: era un disco che, ancora una volta, stabiliva un distinguo importante tra le tante musiche e la sua musica, mentre riguardo alla produzione Warp, il music thinker ha alternato alti e bassi cimentandosi sia nel formato canzone – vedi i due dischi con Karl Hyde degli Underworld, di cui l’ultimo, High Life, ottimo – sia in esperimenti attorno allo spoken word (i prescindibili ma non scontati lavori con il poeta Rick Holland). The Ship si colloca giusto a metà del guado tra queste opere e, a suo modo, vorrebbe essere visto come un romanzo sonoro. Anche quest’album, come molti lavori dell’artista, è partito da un’installazione e si evolverà nell’immediato futuro in una nuova art-thing tridimensionale, a riprova ennesima di confini aperti e sfumati, generati da idee trasparenti e sviluppati assecondando piccole, umane imperfezioni/intuizioni.

L’idea del nuovo disco si è sviluppata sovrapponendo il concetto del Titanic con quello della Prima Guerra Mondiale, dunque mettendo al centro dello spazio pittorico l’oceano blu come il verde dei campi di battaglia del Belgio, spiega Eno, ma soprattutto cercando di esperire un dualismo che vede da una parte la fede nella tecnologia – sintetizzata iconicamente nell’acciaio – e dall’altra il naufragio delle speranze dell’umanità. Allora come oggi, osservare questi concetti in bilico tra loro – magari con, sullo sfondo, un crepitio di noncuranti chiacchiericci social – significa spostare il punto d’osservazione. E da qui nasce un disco di enismi pastoral ambient nei suoi primi 21 minuti racchiusi nella title track (per la serie, conosciamo quanto Eno si diverta nei cori almeno dal side project Passenger), e qualcosa di più tedioso nei suoi successivi 25, ovvero nel trittico Fickle Sun, dove dapprima la tragedia velocemente si consuma, lasciando poi spazio a desolate sirene cantanti e om tibetani.

Successivamente – con stacco netto – entra in scena un reading in piena regola dell’attore Peter Serafinowicz che recita un testo prodotto da un generatore creato da Peter Chilvers, lo stesso che ha collaborato con Eno nella realizzazione delle citate APP. A proposito di testi, il disco alterna canzoni del songbook di Eno a stralci di frasi fornite dal software che hanno attinenza con l’inabissamento del Titanic, ma anche con la sicurezza dei dati online, con gli hacker, con canzoni cantate dai militari della Prima Guerra Mondiale e così via. Il disco stacca ancora umori e modalità sul finale, con un romantico e accorato commiato: è il saluto di Eno ad un’umanità libera di cercarsi un’altra illusione e di iniziare così un nuovo processo di fomentazione dell’hybris. È il momento più bello dell’album, ma è lontano dall’essere una parentesi davvero memorabile. L’artista sceglie di ripescare I’m Set Free dei Velvet Underground apparecchiando un finale con tanto di archi, con i quali congedarsi sia nelle vesti di musicista che da quelle di pensatore concettuale. Un lavoro né carne né pesce, fin troppo spiegato – anche solo nel testo musicale stesso – per risultare musicalmente ed anche intellettualmente avvincente. Eno songwriter ha saputo scrivere testi assoluti (vedi anche solo la By This River utilizzata da Nanni Moretti per La Stanza del Figlio); Eno non-musicista ci ha calati in spazi sonori delimitati da ingegnose linee guida in cui farci esplorare l’essenza di un profumo (Neroli), quarti mondi futuristicamente africani (Fourth World), allunaggi in pianeti sconosciuti (On Land) ed altro ancora. Questo Eno si è fermato molto prima.

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