• set
    28
    2018

Album

Fabric

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Ci saluta così, alla centesima uscita ufficiale, la celebre collana Fabriclive. Inaugurata nel dicembre 2001 con l’episodio di James Lavelle, durante questi 17 anni di attività la serie di missati dell’omonimo club londinese ha attraversato una larga fetta della scena elettronica contemporanea, certamente con un occhio di riguardo verso house e techno, ma senza mai perdere di vista le diverse bolle che fremevano in Gran Bretagna (ma non solo). Detto ciò, la scelta di affidare a Kode9 e Burial la chiusura del glorioso ciclo, appare più che coerente con il percorso affrontato nel corso degli anni. Non serviamo certo noi per spiegarvi quanto faccia gola un missato (il primo, e c’è ancora chi attende trepidante quel famoso DJ Kicks) a nome Burial e relativi chiacchiericci che porta sulle spalle, per cui proviamo a dribblare subito l’effetto ridondanza.

Di sicuro c’è di mezzo Londra e tutto ciò che la metropoli ha rappresentato, rappresenta e (forse) rappresenterà, analizzata con le lenti di due degli artisti che più di altri hanno saputo intercettare sensazioni e vibrazioni che emanavano i marciapiedi bagnati delle violente periferie: il primo, Steve Goodman, che con la sua Hyperdub – da scozzese in terra inglese – ha dato vita a uno dei percorsi più lungimiranti ed entusiasmanti di sempre, incrociando gli stretti vicoli di tecnologia, sociopolitica (a proposito, andate a vedervi cosa ha combinato di recente alla Tate Modern), l’afrofuturismo, il ghettotech, gli spasmi di Bristol e le danze ipnotiche della footwork, il dubstep, il post-colonialismo e tutto ciò che ha fatto dell’etichetta un punto di riferimento praticamente imprescindibile per la nicchia (o quasi) a cui si rivolge. Il secondo, Burial, con gli occhi del presente ha scavato e re-immaginato il passato, facendo uscire dalla tomba il fantasma del rave, scaraventandolo nuovamente nell’hauntologico (non possiamo non citare ulteriormente Mark Fisher) oblio di un malinconico futuro immaginifico, già neutralizzato e che mai prenderà forma, attraverso le traiettorie irregolari del garage/dubstep che il producer di Londra sud rese grandi per poi – inconsapevolmente – stordirle, fino a far perdere loro per sempre conoscenza.

Togliamo subito il cerotto: visto il contenuto, il qui presente è un missato che avrebbe avuto la sua ragione d’essere anche a sola firma Kode9? Certamente c’è dentro una buona parte di ciò che sarebbe possibile aspettarsi nei macrogeneri di ascolto di casa Goodman. Quanto marketing c’è dietro a questa operazione? Non poco, a partire dallo strategico silenzio stampa sulla tracklist che ha dato via – inevitabilmente, aggiungiamo – a speculazioni su quante e quali tracce inedite avrebbe piazzato William Bevan. Zero, con buona pace dei nerd già pronti con Shazam e alla ricerca del giusto thread su Reddit, eppure un pensierino sull’apertura (untitled sia nel campo artista che del titolo), che sa tanto di breve snippet manipolato per l’occasione, per ora non ce lo toglie nessuno. E aggiungiamo anche la (bella) foto che annunciava il progetto, in questo ironico passaggio di consegne della maschera indossata stavolta da Kode9 (già avvezzo al travisamento) che si trasforma in samurai (9), a confermare – ancora – che il buon Bevan è sempre stato lui e nessun’altro. Quanto c’è di Burial, quindi, in quest’ora e un quarto? Difficile dirlo, forse nei ponti atmosferici che troviamo non di rado tra un passaggio e l’altro o magari nei click vinilici e nei sample ambientali da scorgere nella nebbia. Quanto ci interessa? Relativamente poco, perché parliamo di una bella raccolta che, seppur non offra nessun nuovo spunto in particolare sui nomi che Burial passa nell’ipod prima e dopo le chiusure notturne su Dark Souls 2 (magari proprio assieme al suo compagno di giochi, Kode9 appunto), o quanto influisca o meno il pezzo di Speedy J – trasmesso in un altro recente mix dei due su BBC Radio 6 per quella Mary Anne Hobbs che all’epoca presentò Untrue con il romanticissimo «Burial Let The Curtain Fall. The stage is yours» – sulla composizione di Pre Dawn/Indoors, (ri)mette in piedi un bel manifesto del rave e della sua acclamata morte.

Non vi sono blocchi tematici particolari, tranne i primi 15 minuti a ingranaggi gqom, seminuova fissazione di Kode9 che salutò l’arrivo del sound of Durban come «un’immaginaria fluttuazione sui campi gravitazionali di un buco nero». Il resto sono campagne e capannoni dalle tinte UK fino al midollo e relativi hardcore continuum, un sostrato ghetto in cui si agitano nelle larghe maglie anni ’90 quella jungle sanguinante (ancor prima di essere traslata nelle filosofie del neurofunk) che Bevan era solito macinare a pacchi ascoltando i preziosi consigli del fratello di ritorno dai rave, techno senza compromessi dalle casse robustissime, irrequietezza footwork (c’è ovviamente un grande amico di Goodman, il compianto DJ Rashad, e una furbesca sponsorizzazione a costo zero del catalogo Hyperdub così come del fresco remix di Kode9 per Larry Heard). Insomma, non si fanno prigionieri. La tecnica di missaggio è quella rude old school di marca Kode9 (lo stile Burial, d’altronde, possiamo solo immaginarcelo ); c’è una manciata di inediti, alcuni “grossi” – virgolette d’obbligo – come Jlin che rilegge Ben Frost, DJ Spinn, Vladislav Delay, Luke Slater, Cooly G, RP Boo, per dirne qualcuno, ma anche nomi per cui vale la pena dare una spizzata più attenta su Discogs.

Non è il missato più riuscito della celebre serie e neanche il migliore dell’anno, ma c’è davvero tanto materiale per studiare e ripassare alcune delle inquietudini più determinanti nello scrivere le pagine recenti (ma non solo) della musica e i virus – qui citiamo proprio Goodman – che l’hanno infettata. Se aspettavamo qualche segnale dal futuro, purtroppo non è arrivato; poco male, l’album dei ricordi ha pur sempre il suo fascino. Ah, un plauso alla Nazgûl-copertina.
Fabriclive è morto: evviva Fabriclive!

6 Ottobre 2018
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