Recensioni

7.9

Nel 2007 non si sa ancora che faccia ha né come si chiama ed è proprio soltanto un nome Burial. Esiste solo come nome ma, anche, un nome se l’è già fatto. Il suo LP d’esordio, omonimo, pubblicato l’anno prima dalla Hyperdub di Steve Goodman, figura di spicco dell’intellighenzia alt londinese e produttore a sua volta a nome Kode9, è stato eletto disco dell’anno da “The Wire”, il più influente magazine inglese di musica di ricerca, sulle cui colonne il cultural theorist Mark Fisher/k-punk, che qualche anno dopo firmerà il manifesto filosofico generazionale Capitalist Realism e nel 2017 si toglierà la vita, ne decreterà il successo di culto. Burial non è nessuno ed è già qualcuno.

Dal 2002, quando il mensile “XLR8R” mette in copertina i tre alla guida del collettivo Horsepower Productions, si usa chiamare dubstep questa miscela di ritmiche 2-step – la garage house americana filtrata dalla sensibilità inglese – ripassate coi bassi e le eco tipici del dub. Burial, scopriremo dalle centellinatissime dichiarazioni, è un ascoltatore ossessivo di uno dei maggiori produttori della scena, El-B (ci farà poi un pezzo assieme), ed è anche un patito di quella jungle che è al cuore del suono rave, con figure come A Guy Called Gerald, la cui musica ipercinetica e cinematica è inzuppata di suggestioni fantascientifiche, a incarnare una delle ultime propaggini di quella estetica afrofuturista che ha già illuminato l’Autobahn su cui la techno detroiteana ha sorpassato tutti a destra. La musica di Burial, che oltre al disco omonimo ha già pubblicato l’EP South London Boroughs (2005), è stata proposta e incasellata come dubstep, ma è un dubstep un po’ strano: è il suo osso di seppia, quello che resta del dubstep quando del dubstep non resta forse che il ricordo, il suo memento mori. Parliamo di un genere perlopiù strumentale, dai timbri scuri ma brillanti, dai ritmi quadrati e a modo loro ancora ballabili (si è codificato uno stop & go suo specifico, il drop, la “caduta del basso”), parliamo di una musica fatta di synth e da pochi sample che hanno funzione perlopiù coloristica, di lick o refrain e che, melodicamente parlando, è difficile che vada oltre il motivetto ossessivo: il prototipo di questo dubstep, ancora cugino primo del grime (per esempio, di quello di Wiley), è la hit underground Midnight Request Line, prodotta da Skream. Siamo nel 2005. In Burial, che pure ama molto il bozzetto muto con titolo da quadro impressionista, torna la voce: una voce soul, ma pesantemente deformata, come messa a bagnomaria nella trementina, a rendere pressoché impossibile decidere se si tratti di quella di un o una cantante, una voce che assieme alla base su cui si dispiega caracolla e inciampa nel tentativo di disegnare qualcosa come una protocanzone. La musica di Burial non è fatta coi synth ed è tutta un collage di sample: presi non solo da dischi ma anche da rumori ambientali che definiranno un’estetica sporca che altrove prenderà il nome di dark ambient (etichetta per la verità già usata negli anni Ottanta, ma qui risemantizzata dalla presenza di un precedente di rilievo come Tapping the Conversation di Kevin Martin/The Bug, 1997). Quello di Burial è un dubstep che si riabbevera alle radici, che si proietta in avanti carpiandosi all’indietro, e in questo gioco di sguardi e specchi rotti si sublima: già definito il fantasma della jungle e il requiem della stagione rave, il dubstep con Burial diventa allora un fantasma di fantasmi, l’after dopo una veglia funebre come si potrebbe farla in un This is England ‘06.

Siamo nel 2007 e il 5 novembre esce Untrue. Questo secondo LP fa subito sensazione, si capisce immediatamente che è qualcosa di grosso. Che resterà. Inchiodato tra disperazione e rassegnazione, un po’ come era stato coi Joy Division, sarà una hit underground: quarto nella classifica dance inglese, 60 mila copie vendute. Lo nominano ai Mercury Prize, premio prestigioso ma un po’ boomer – lo assegnano le associazioni discografiche inglesi – che perderà per un soffio, secondo dietro agli Elbow. Nel frattempo l’ossessione tutta brit per la next big thing condita di gossip e scandali confezionati con l’orologio a cucù, tabloid in poltronissima, fa scattare una vera e propria caccia all’uomo: mettono una taglia sulla testa di Burial, una ricompensa per chi ne riveli l’identità, non prima di avere fomentato i complottismi più fantasiosi che vogliono che questo Banksy dell’elettronica sia praticamente chiunque, con Four Tet indiziato speciale (si scoprirà in effetti che i due hanno fatto la stessa scuola, la Elliott). Burial si rompe abbastanza velocemente i coglioni di tutto questo e capisce che per scomparire del tutto deve prima apparire almeno una volta. Così pubblica su Myspace quello che all’epoca non si chiamava ancora così ma era già un selfie, scrivendo che lui è molto semplicemente un tizio chiamato Will Bevan, che viene dal sud di Londra e che vuole essere lasciato in pace e far parlare i suoi pezzi. Perché tutta questa ossessione per l’identità di questo signor nessuno? Burial non è l’unico produttore, elettronico e tanto più dell’elettronica UK, che cela volto e nome (per dire, del king del grime Terror Danjah non si sapeva praticamente nulla fino a quando nell’agosto 2019 la famiglia non ha annunciato che il musicista era improvvisamente caduto in un coma profondo), ma è come se in lui si riconoscesse qualcosa che gli altri non hanno e non fanno: avere intercettato un problema focale, quello della memoria, una memoria che attraverso la musica può essere recuperata o fabbricata, una musica schiacciata tra un presente senza futuro e un passato vagheggiato che stenta a stingere via e torna ossessivamente. Un limbo diafano, con molti strati, ma senza profondità. Se non si comprende questo la musica sempre tutta uguale di Burial, innervata da spostamenti subatomici – infiniti autophasing di se stesso in cui il tempo si congela – che al microscopio diventano però tettonici, risulta incomprensibile e risultano incomprensibili il suo successo e soprattutto l’attaccamento monomaniacale dei suoi fan.

Se i dischi precedenti sono una compilation delle migliori produzioni macinate in un lustro almeno di notti solitarie passate in cameretta, Untrue è stato fatto tutto ex novo e colpisce per come l’impasto si sia fatto da rarefatto sempre più denso, per uno slancio che solo un sordo di cuore non coglierebbe per quel che è: emo. Riascoltare questo disco così tanto tempo dopo e quando di acqua sotto i ponti ne è passata così tanta riproietta in una dimensione di dolorosa nostalgia: la stessa da cui è stato generato del resto. Una nostalgia obliqua, nostalgia del possibile: del passato che avrebbe potuto essere e del futuro che non è mai stato. Fuori dalla lettura guidata dalle parole di Fisher, che nelle sue pagine ripesca Derrida parlando di hauntologia e mette in rima esistenziale e politico, Burial rischia di passare per la furba operazione di marketing che non è o di retrocedere a idiot savant che ha scoperto l’elettroacustica smanettando sulla suite audio Sound Forge. Lasciateci sognare. In un impasto timbrico che ne è la firma – sempre Fisher parla addirittura di una metafisica del crepitio – e che mette assieme campioni dall’rnb americano anni Novanta, dialoghi da film motivazionali, da videogame di culto e rumori concreti registrati, secondo leggenda, col cellulare, Burial infila una serie di tracce che disegnano un concept nebbioso ma su cui tutti concordano: non siamo che dei poveri cristi incappucciati che deambulano o si accasciano su autobus per fare rientro a casa anche se non vorrebbero manco ammazzati, dopo una lunga nottata di illusioni, ancora ipnotizzati dall’unica fioca luce che ne ha guidato rabdomanticamente il percorso.

Archangel è l’epitome di quello spirito emo iniettato dentro la carcassa dell’elettronica inglese di cui dicevamo. Le altre tracce si sono assestate su una più ridotta memorabilità singola, vanno prese tutte assieme, asservite come sono al compito di disegnare il concept di cui sopra e, se vogliamo essere hegeliani, se crediamo cioè che Burial sapesse che questo suo vagabondare aveva in fondo una direzione, hanno soprattutto lo scopo di far quadrare a cerchio tutta una serie di stilemi che verranno portati a compimento nel lungo, affaticante e bellissimo percorso produttivo poi fotografato da Tunes 2011 to 2019. Burial fa zapping tra le frequenze dell’hardcore continuum londinese per decostruire il dubstep, attivandone connessioni e pertinenze obliate, giocando coi suoi cliché (a partire dai crescendo e dagli stop & go che lo strutturano e che qui sono sistematicamente disattesi). Accolti dalle ruvide carezze di texture vaporose e ascensionali (le tracce brevi e beatless che erano state espunte originariamente dalla versione in vinile), sferzati da un vento che porta polvere di strada, appoggiati su ritmi che sono stampelle di misure diverse (in quegli anni si usa molto la poi molto poco fortunata etichetta wonky per parlare dell’hip hop strumentale che si riscopre elettronica), nelle orecchie sirene di voci deformate e suadenti (col senno di poi ci sentiamo dentro un lavorio non troppo dissimile da quello di certo footwork che anche qui definiremmo emo, come certi pezzi memorabili di DJ Rashad), in Untrue troviamo la riscoperta del trip hop (e Burial farà poi un feat coi Massive Attack), un gusto minimalista che gioca malinconico con motivetti e rumori, la garage essiccata sotto un grande sole nero e che muove alla lacrime, e persino quello che chiameranno post-dubstep (particolarmente vivido nei timbri di Shell of Light, fragile guscio di luce dove in un’ennesima torsione passato-futuro si ricollegano il suono Basic Channel e quello dei Mount Kimbie e del James
Blake
di Klavierwerke).

Allo scoccare dei 10 anni dalla pubblicazione si dirà che questo qui è il disco elettronico del secolo, lasciando intendere che sarebbe più importante di Stockhausen, dei Kraftwerk e di Aphex Twin, scatenando letteralmente un bordello sulle bacheche social dei millennial: ovviamente è un’iperbole ed è significativa precisamente per questo motivo. Untrue è un demotivational poster che ha insegnato tanto a tanti, finendo per insinuarsi nelle cuffiette degli indie che ascoltano i Radiohead e Flying Lotus. Mutatis mutandis, Burial e Kanye West, loro due su tutti, entrambi figli della fine degli anni Settanta, sono i Velvet Underground della loro generazione: antipodici e complementari nel vivere la musica come suono, estetica e forma di vita, entrambi modelli insuperabili a vantaggio di una generazione che ha imparato a monetizzare la lezione dei suoi Re Pescatori (l’uno eremita autorecluso, l’altro sovraesposto elefante di ogni possibile cristalleria della vita), giocoforza costruendoci sopra quasi sempre degli orrori.

Dopo tutti questi anni Burial è ancora qui che ci parla di noi, mentre noi ci siamo distratti così tanto e così a lungo per scoprire chi era e perdiamo ancora troppo tempo a capire che rapporto c’è tra la sua carta d’identità e la sua musica.

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