Recensioni

6.8

Calexico e Sam Beam in arte Iron & Wine si erano già piaciuti più di quindici anni fa, e da quella simpatia e stima reciproca era nato un discreto EP, In The Reins. Questo nuovo Years To Burn è il primo album vero e proprio di un progetto collaborativo ritornato dunque in auge dopo tanto tempo. Non è un lavoro lunghissimo, c’è da dire: sono 8 pezzi per 32 minuti, con uno oltre gli otto minuti a rubacchiare un po’ del minutaggio complessivo, eppure ce n’è abbastanza – di qualità, varietà e tematiche affrontate – per giustificarne lo status. Sono tracce, queste, che spiccano da subito per il consumato mestiere con il quale sono state composte: un artigianato country folk/soul (e anche un po’ rock e un po’ psych) di quelli scritti e prodotti impeccabilmente, con uno studio serio e di culto in cui si è potuto registrare (i Sound Emporium di Nashville) assieme a bravi session men (Jacob Valenzuela alla tromba, Paul Niehaus alla peadal steel, Rob Burger dell’Tin Hat Trio al piano e Sebastian Steinberg al basso), con relativa calma (5 giorni) e uno scafato produttore (Matt Ross-Spang).

Solido l’impianto e il background musicale, dunque, così come il songwriting, equamente diviso tra Calexico e Beam con prevalenza di quest’ultimo (di fatto, frontman), il tutto nel rispetto degli adagi del genere, di un racconto americano che dalle praterie si perde in un bucolico e anche (un po’ soporifero) mito. Si raccontano storie e destini di gente di campagna e di montagna, delle loro ferite sulla pelle e dei loro amori, quadretti che scivolano come l’acqua dalle montagne o scorrono lenti lenti come i treni per il Tennessee. Lo si capiva dai singoli che lo hanno anticipato, Midnight Sun e Father Mountain, che avevano già le fattezze dello standard compositivo per i tre, due brani che si piazzavano appena sopra la linea di galleggiamento nashvilliana grazie ai riconoscibili arrangiamenti di Burns (la chitarra ribassata) e John Convertino (la batteria dagli accenti slowcore), e alle impeccabili melodie, equidistanti dalla California dei CSN come dagli Appalachi di Simon & Garfunkel.

Volendogli male a questo sfoggio di aggraziati modi e maniere da America di provincia, quella tanto degli Eastwood quanto degli Springsteen (uniti dalla propria terra quanto distanti per orientamento politico), verrebbe da relegare Bean, Burns e Convertino a un (mal)sano democristianesimo. Ce la sbrigheremmo facile: bravi chierichetti quando invece avremmo bisogno di altro, di più Bill Callahan per esempio, dato che un disco fatto di canzoni potenti è proprio il suo, e non questo. Oppure potremmo tirar fuori la solita vecchia storia che, al netto dell’umorale (quando non proprio pazzo) Howe Gelb, i Calexico, a parte la fiammata iniziale, si sono rivelati “soltanto” degli ottimi artigiani di pezzi desert tex-mex declinati in questo (influenze latine) o quell’altro modo (arrangiamenti orchestrali da soundtrack). Mettiamo quelle virgolette come tante precisazioni (e necessari contraddittori) da aggiungere a quella frase, e che ci risparmiamo in questa sede: c’è stato un tempo ormai piuttosto lontano in cui Burns scriveva pezzi come Sunken Waltz o Ballad Of Cable Hogue, e dove non arrivavano con la scrittura i Calexico coprivano piuttosto bene tutti gli angoli di un microcosmo sonoro ricco e dinamico, scintillante, esotico e terribilmente affascinante.

Non che quelli di The Thread That Keeps Us siano da buttare, e lo abbiamo scritto su queste pagine, ma la prima fase di carriera di Convertino e Burns era speciale, piena di fascino, più di quanto Sam Beam abbia mai saputo racimolare lungo la sua comunque degna carriera. Parte di quello splendore desertico, tromba assassina compresa, riecheggia negli 8 minuti di una The Bitter Suite scritta a quattro mani dalle due compagini ma di fatto roba dei primi per impianto arrangiativo e immaginativo. Sarebbe inoltre ingiusto tacere la bravura di Beam che, dal canto suo, è ancora in grado di vergare pezzi come si deve come la qui presente Follow The Water, come suoi saranno sicuramente altri preziosismi arrangiativi presenti in tracklist.

Alla fine di tutti i discorsi possibili però, Years To Burn, assieme agli anni citati nel suo titolo, pare abbia bruciato anche un po’ di quel senso profondo che il fare musica dovrebbe conservare nella vita di un autore. Di canzoni e di dischi questi signori campano benone, e di questo lusso che è il loro saperli produrre a puntino, ci possiamo anche accontentare (ascoltatevi la title track o l’outro In Your Own Time). Ma siamo sicuri che di questa pacificazione così rotonda abbiamo veramente bisogno? Non la vorremmo per noi né per loro, con la sicurezza con la quale non vorremmo il seguito de I Promessi Sposi.

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