Recensioni

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Vogliamo sinceramente bene a Joey Burns e John Convertino, perché quando si sono affacciati sulla scena con il loro debutto a nome Calexico – era il 1997 e l’album Spoke – abbiamo capito subito che da side-project per due che erano impegnati nei Giant Sand, si sarebbe presto tramutato in qualcosa di corposo. Le conferme non hanno tardato ad arrivare: prima Hot Rail nel 1998 e poi Feast of Wire di due anni successivo. Ci siamo innamorati di una band che tra strumentali e canzoni vere e proprie ci ha saputo restituire il sapore della frontiera tra USA e Messico, una linea complicata, con trasbordamenti di qua e di là (di persone, di cucine, di culture). Eravamo innamorati di una band che, prima che Breaking Bad fosse anche solo pensata, aveva pescato a piene mani da una tradizione, quella mariachi (a proposito: e i film di Robert Rodriguez qualcuno se li ricorda?), quella tex mex, e ci aveva restituito un altro deserto (non quello stoner che avevamo fino ad allora conosciuto).

Per gli italiani, per quel che conta, voleva dire congiungere anche i puntini che uniscono quel mondo con Sergio Leone ed Ennio Morricone: un’operazione che, in tempi massimalisti come erano ancora quegli sgoccioli di anni Novanta, era contemporaneamente un passo di lato e uno avanti. Per dire, negli anni duemila avremmo conosciuto tutto un mondo di folk revival riattualizzato secondo il gusto contemporaneo, ma che pescava a piene mani da tradizioni locali fino ad allora lasciate alla porta dagli artisti che contavano nella musica internazionale. Penso a Bon Iver, per ricordare un caso emblematico, che ha ripescato in un colpo solo l’andare nei boschi di Thoreau e la musica degli Appalachi. Tutta questa premessa per dire che oltre a scrivere canzoni e bozzetti musicali perfettamente riusciti, coerenti con coordinate estetiche ben precise, i Calexico sono stati tra gli apripista di un certo modo di coniugare tradizione e innovazione, passato, presente e futuro. E per questo li amiamo.

Certo, nel corso degli anni la formula originale ha perso un po’ di smalto, si è evoluta pian piano in maniera (qualcuno dice al limite della caricatura): avevano detto le cose principali che avevano da dire. Gli spigoli estetici si sono smussati, si sono avvicinati a forme più pop con un progressivo allargamento del pubblico (o del reach, come si direbbe in termini SEO). Certo che, ad ascoltare questo nuovo album dedicato alla stagione delle feste, viene da chiederti se quello che di buono c’era nel disco dello scorso anno a metà con Iron & Wine (vedi per lui il discorso su Bon Iver) non fosse tutta farina del sacco di Sam Beam….

A vederli da qui, da questo Seasonal Shift, si direbbero pronti per fare una di quelle apparizioni guascone di Bonnie Prince Billy, quando prima del live ufficiale sale sul palco con un cappello da baseball e suona solo cover degli Everly Brothers. Ma sarebbero una brutta versione di quel divertissment. A guardarli da un brano come Sonoran Snowball, con versi rappati come «que calor in Arizona / no para mi, perdona» ti domandi se il disco lo abbia scritto appunto la cover band dei Calexico. E cosa dire della rilettura (?) di Happy Xmas (War Is Overdi John Lennon, che inserita nel disco che esce proprio 40 anni dopo la morte dell’ex-Beatles sa proprio di paraculata maxima (fosse almeno artisticamente una versione interessante…)? Oppure ancora dell’altra cover, Christmas All Over Again di Tom Petty, mandata in orbita di campanellini ma senza una vera anima? E poi c’è Mi Burrito Sabanero (addirittura usata nella coda per dare la possibilità a tutti i collaboratori del disco di fare gli auguri agli ascoltatori…) che guarda a quella cultura mariachi da cui tutto è iniziato e sembra una presa per i fondelli, come potrebbe metterla in piedi normalizzata e digerita la Disney (ah, no: è già successo con Coco…).

Proprio perché vogliamo bene a Joey Burns e John Covertino, speriamo che sia stata una sbandata dovuta alla pandemia, che ci fossero debiti da pagare, insomma una qualsiasi ragione valida per dire che nella dignitosa parabola discendente di una band che arriva al proprio 23simo anno di attività Seasonal Shift è stato un abbaglio isolato dovuto al troppo sole nel deserto.

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