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Chiudevamo la recensione di Notti Brave domandandoci «vedremo dove si andrà». Beh, si è rimasti fermi immobili, col motorino incastrato nei sampietrini divelti e la cassa di Peroni da 66 devastata sull’asfalto. In Coraggio il buon Carl Brave prosegue con il suo immaginario di romanità da cartolina, una narrativa da cacio e pepe e cocaina che oggi può ancora suonare al Mi ami ma magari domani potrà essere data in pasto a Tommaso Paradiso per il suo nuovo film. Poi intendiamoci: lui è pure bravo e onesto, quello ti promette e quello ti dà, e nel farlo ha perfino una certa classe. Le melodie ci sono e gli arrangiamenti sono molto ben fatti. Produttivamente rimangono nelle orecchie soprattutto le chitarre acustiche e i sax, e al primo pezzo è anche un bel sentire. Il rischio è che le palle dell’ascoltatore inizino a ingrossarsi già a metà di questo primo pezzo, come nel caso di chi scrive queste righe, e il problema è che qui di pezzi ce ne sono 17. 

Poi qua e là, e gli va dato atto, Carl ci prova pure: Fratellì è un’apostrofe all’amico cocainomane, Le Guardie un tutto sommato apprezzabile tentativo di storytelling (anche se conferma l’assioma per cui in qualsiasi pezzo con Taxi B anche tutti gli altri si sentono obbligati ad imitarlo e sbraitare per forza). Ma è più che altro a livello produttivo che quest’ultimo pezzo risulta interessante, con i sax che imitano le sirene degli sbirri e una strumentale affatto orecchiabile e che a tratti sembra quasi un’orgetta free-jazz (blasfemia!) in senso buono. Ad averne. Poi però la piattezza regna sovrana. Sembra che il disco abbia solo tre marce inseribili: il pezzo un po’ malinconico (Gemelli, Ma ndo vai? con un Ketama126 anche più impasticcato del solito, Fake Dm con Guè che fa il soprammobile, Marisol), quello più festoso e piacione (Buuu! Fratellì), e un equilibrato mischiotto delle due cose (Glicine, Je M’Appelle, Regina Coeli). Poi c’è Parli Parli, puro combustibile da classifica, con Elodie che è il feat. giusto per tirare ancora più su tutto il pezzo. E poi ancora, è un paio di recensioni che lo diciamo, Tha Supreme è bravo ma alla fine fa sempre la stessa cosa, prendendo ogni ritornello che gli capita a tiro e ingroppandosi di gusto le vocali a disposizione. Ma va detto che il tandem con Mara Sattei in Spigoli funziona molto bene. 

Qua e là ci scappa pure la cafonata di gusto, che ci sta: «Spero in qualcosa di buono se lei si fa la coda», ad esempio, è un episodio ermetico e stuzzicante. Abbastanza per svegliarsi dalla pennichella? Forse no. Comunque lo ripetiamo, il giochino è chiaro e dichiarato e, se questo si cerca, pure ben fatto. Disastri particolari non ce ne sono, ad eccezione di Che Poi: facciamo accoppiare Shakira e Biascica di Boris, l’anticristo che nasce potrebbe avere questo pezzo come soundtrack per il suo battesimo. Ci rivediamo a Trastevere. O forse a Riccione. 

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