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Il nuovo disco di Gue Pequeno può dividere facilmente, a seconda dell’idiosincratico livello di esaltazione che il personaggio è in grado di suscitare nell’ascoltatore di turno. Detta male: se vi piaceva, è facile che vi piacerà, e viceversa. In Sinatra prosegue senza troppi scossoni la sua narrazione di Milano, mignotte & coca tutta la notte, con la fotta giustificata di chi può permettersi di guardare (quasi) tutti dall’alto e la spensieratezza di un disco intenzionalmente diretto e senza fronzoli: una sequela di hit annunciate alcune riuscite ed altre decisamente meno. 

La manovra non esalta particolarmente, ma va riconosciuto a Gue il merito di cavalcare alla grandissima i suoi circoscritti punti di forza. E allora ecco un po’ di ridicolo involontario quando se ne esce con robe tipo «tu chiamami sul trap phone, io me lo porto a scuola» o mocciate (nel senso di Moccia, ma volendo anche di muco) come «per te io darei anche l’ultima Marlboro»: Gue c’hai quarant’anni, forza. Meglio quando lascia la sua penna libera di librarsi e sondare l’orizzonte, magari regalando rime (e)scatologiche come «G-U-E, sai che lo tengo pucciato / la riempio come il suo marsupio gucciato».

Partiamo dal fondo (anche letteralmente): Borsello è un pezzo veramente irritante. Soprassedendo sui feat. di Sfera e Drefgold (uno dei personaggi più imbarazzanti spinti dal giro nell’ultimo periodo), in generale questa ondata di produzioni “happy-trap” con i suoni caramellosi a nuvoletta da Soundcloud rap (vedi le varie Sciroppo e Rockstar di turno) ha già stancato generosamente. 2% è una hit che funziona ma vede Frah Quintale (relegato a fare doppie) ampiamente sottoutilizzato, risolvendosi in una pur riuscita minestra riscaldata dei soliti ritmi caraibici surgelati post-Lean On. Decisamente peggio fa Sobrio con Elodie: ancora tum-pa-tum-pa-tum liofilizzato, fisarmoniche, ritmi in levare e un ritornello che avrebbe potuto essere venduto solo a Giusy Ferreri per ottenere qualcosa di ancora più fastidioso. Chiude il tunnel degli orrori la cafonata spagnoleggiante Bam Bam, da dimenticare senza rimorsi.

Le cose migliori arrivano con Bling Bling (Oro), con un rimaneggiamento di Mango che inaspettatamente funziona alla grande, e Claro: quest’ultima con Pyrex (un po’ sottotono) e Tony della DPG a snocciolare i soliti cliché (ma va detto che «Sangue blu, Rione Monti, bon ton / con la tua bitch no condom» è un attacco gustoso) su un beat cucito a misura su di loro, e la banger-divertissement tutto sommato diverte. Il vertice assoluto poi non è Modalità Aereo (puro mestiere, anche se Marracash convince appieno), ma Bastardi Senza Gloria: beat boom bap e sfumature blues, un groove irresistibile e Gue e Noyz a fare la parte dei vecchi leoni. Fin troppo facile dire che se il disco fosse stato tutto di questa risma, sarebbe stato un papabilissimo album dell’anno.

Insomma, abbiamo una carrellata di singoli non sempre saldamente al di qua del buongusto; Gue è in formissima e vanta un flow tirato a lucido, le rime più bragga gli escono sempre bene («Bettino Craxi / Bocchino in taxi» ha giustamente esaltato chiunque) e la sua narrazione non esce di un millimetro dai paletti che si è autoimposto. Prendere o lasciare, la ricetta è onesta e dichiarata. 

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