Recensioni

Nel 2016, Carla Dal Forno, australiana di origini italiane e di stanza a Berlino, aveva fatto irruzione nella scena electro-pop con un disco conturbante: una piccola opera decadente densa di suggestioni ambientali e darkwave, dove un minimalismo di necessità riusciva nel prodigio di catturare l’ascoltatore in una spirale onirica ma anche molto terrena e corporea. Difficile non sentire echeggiare una Nico contemporanea, oltre agli ovvi rimandi alla creatura di Geoff Barrow Anika, che però aveva accenti e appeal più urban, a una Julia Holter con meno virtuosismi, a una Zola Jesus senza la fascinazione per l’industrial. Insomma, in quel disco riconoscevamo un immaginario familiare, eppure ci ispirava qualcosa di nuovo e diverso: un’interiorità assolutamente inedita. In definitiva, era stata una scoperta interessante, carica di promesse.
Tanta l’attesa, dunque, e alte le aspettative per questo nuovo lavoro in uscita via Kallista Records, l’etichetta da lei stessa fondata dopo l’esperienza con Blackest Ever Black. Il primo singolo estratto, So Much Better, che appare in stretta continuità con le lentezze lisergiche del primo disco, non ha colpito al cuore. Ben più intrigante la B-side, Fever Walk, dove ancora una volta quella vena dark neanche troppo dissimulata, si esprime al suo meglio. È stata poi la volta di Took a Long Time (il cui video contiene un’espressa citazione a Christa Päffgen che si mette il mascara in una celebre sequenza girata da Andy Warhol), dove più marcatamente si individuano le evoluzioni stilistiche dell’autrice: la voce non è più volutamente sottomessa ai tappeti di suoni, ma disegna melodie avvalendosi di un inedito armamentario di note più acute e falsetti, come anche in No Trace, traccia d’apertura dell’album, probabilmente la più orecchiabile e radiofonica del disco, che fa quasi pensare a una Grimes senza i colori fluo.
Tra gli episodi più rimarchevoli, I’m Conscious, che ancora una volta riesce a saldare con credibilità l’attitudine new wave, le velleità ambient e la scoperta della melodia. È consapevole, Carla Dal Forno, delle sue potenzialità. E se questo da un lato non può che costituire un plus, oltreché un approdo importante in un percorso artistico, brani come Don’t Follow Me lasciano irrisolta la riflessione su quanto possano essere preferibili allo studio e alla “maniera”, l’incoscienza, l’istintività e l’immediatezza. Tre anni da un esordio acclamato sono tanti per maturare una pur sacrosanta cognizione del proprio valore e del proprio ruolo: abbastanza per perdere un po’ di avventatezza e innocenza. Look Up Sharp è un disco che si emancipa dall’aura ingombrante della “next big thing”, provando pian piano a diventarla davvero, quella “big thing”, eppure non riuscendoci ancora appieno.
Si tratta di un lavoro appagante e meritorio, senza dubbio una conferma, che esce dalla marginalità degli inizi per aprirsi a un uditorio più vasto, armandosi di una complessità a tratti artificiosa, ma comunque interessante e riuscita.
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