Recensioni

La musica, oltre a non essere una scienza, non è mai esatta. Non lo è nel costellare la carriera di un artista di soli dischi mastodontici, e non lo è nemmeno nel creare capolavori nei momenti più bui della vita. E Cass McCombs sembra averlo capito sulla soglia dei quarant’anni, quando ha abbandonato la speranza di fare il disco della vita. Cosa che poi è successa con estrema e sorprendente naturalezza. Un po’ come Calvino, forse anche Cass non crede «a niente che sia facile, rapido, spontaneo, improvvisato, approssimativo». Piuttosto «..alla forza di ciò che è lento, calmo, ostinato, senza fanatismi né entusiasmi». L’artista californiano, che racconta l’America degli esclusi, quella fatta di uomini sconosciuti e con la barba sempre lunga, di viaggi continui, del dolore freddo che entra nelle vene, per anni ci è apparso come un tipo nefasto, scontroso coi giornalisti, alla ricerca perenne del salto di qualità. Ma oggi sorride con gli occhi illuminati di grandezza e tranquillità; la stessa grandezza che fa vivere questo Mangy Love, un album grande nelle intenzioni e nel risultato finale, grande in un’orchestrazione che consta di ben ventuno musicisti, grande perché Cass è cresciuto, è diventato adulto. Grande perché di una qualità e di una forza superiore alla norma.
Che McCombs fosse un buon autore lo sapevamo da anni, ma quel vestito da eterna promessa che buona parte della critica specializzata gli aveva cucito addosso, sembrava negli ultimi tempi indossato con un’annoiata pesantezza, quasi strascicato per forza più che per passione. Cass McCombs oggi abbandona ogni schema, ogni tattica vincente, per essere finalmente se stesso, ovvero il grande cantautore che stavamo aspettando. Dopo anni in casa Domino, McCombs sceglie di far uscire il suo nuovo lavoro per ANTI- (quella dei dischi postumi di mastro Elliott Smith, guarda caso), configurandolo come una sorta di nuovo debutto, una ritrovata giovinezza, i vent’anni alla seconda. Così, a un primo ascolto, Mangy Love potrebbe sembrare solo un disco ben scritto, splendidamente suonato ed egregiamente prodotto, una sorta di compito svolto alla perfezione. Ma scavando e riascoltando si trova molto di più, perché dentro questo disco c’è tutto il mondo di Cass McCombs, le sue paure, il suo talento immenso spesso oscurato da fenomeni più ammiccanti e puntualmente smentiti dopo poco tempo. Mangy Love è la quintessenza del cantautorato alt-folk del californiano più sottovalutato di sempre. Un ragazzone dalla faccia smunta, gli occhi blu come due isole sconosciute e lontanissime. In più di dieci anni di carriera, McCombs si è destreggiato tra lavori riusciti e apprezzati (su tutti Big Wheel and Others e Dropping the writ) e dischi minori, talvolta annoiati. Oggi, a quasi quarant’anni, Cass si fa un regalo e imprime il suo volto sulla carta da pacchi: la sua patente di poeta e musico. Quest’album è il suo Rock Bottom, il suo Berlin, fatti e misfatti di una vita, quella dell’eterna promessa che non vince mai le Olimpiadi. Oggi l’oro è arrivato, e non ci importa se non sarà riconosciuto da tutti: McCombs ha vinto con un disco bizzarro, che affronta le questioni socio-politiche attraverso l’unico filtro dello spirito lirico e della realtà caotica che ci abbraccia.
Mangy Love sa parlare di malattia mentale (lo fa nel vortice di Opposite House, che gode del coro etereo di Angel Olsen, e ricorda le aperture à la Richard Hawley), di un’America che si sgretola dipinta come un complesso militare-industriale (la cinica elegia elettrica di Bum Bum Bum), di ragazze morte trovate dentro frigoriferi (i droni anni Ottanta della misteriosa In a chinese alley), di un sistema di giustizia misogino (il femminismo calypso di Run sister run). Il tutto filtrato dal suono di un amore malconcio, mai come oggi sicuro di sé, dei propri arrangiamenti dotati di una ricchezza enorme, di malinconia, riverberi di vita e di morte. L’uomo di Concord, che vive fra divani e pavimenti di amici quando non dorme in macchina, tira fuori lo spirito girovago e meno oscuro di sempre deliziandoci con jam morbose e blues à la Jack White (la sinuosa Rancid Girl). Mangy Love è una benedizione, è il riscatto più dolce del miele, è il corrimano verso il piano più alto del palazzo mentale di un McCombs che si è liberato degli spettri di Elliott Smith e Nick Drake.
Anche se il disco vive una dicotomia imperante, c’è una meravigliosa tensione tra il piacere del suono, lussureggiante, sentimentale – a metà fra Lambchop e Bill Callahan – e testi spesso complessi e fitti di immagini disturbanti. Un caleidoscopio di contraddizioni e fascino, in grado di riportare alla mente i nomi di Lennon (la scintillante magnificenza degli svolazzi su Low Flyin’ Bird) e Reed (il sinuoso corpo di ossa ballerine in Cry). Dodici tracce massicce, dalla struttura perfetta, sfumature diverse di una stessa luce, quella del talento di un McCombs che sa spaziare abilmente dalle jam allentate della California al Philly soul dei Delfonics. Il californiano inventa una ricetta per la guarigione, un abisso groove anni Settanta di flauti, assoli jazz, e riverberi funky. La violenza, la tentazione, la guarigione, il paradosso, il potere delle donne, la rinuncia, il ritorno a casa: queste sono le tematiche che interessano e attraversano questo lavoro, come un brillante filo in un vello d’oro. Pezzi di quotidianità – come i riferimenti a Netflix o alla salsa Cheez-Whiz – disseminati in tutto il disco fungono da àncore terrene per un artista che spesso si lascia andare a voli pindarici negli spazi di una bellezza inquieta.
Mangy Love affascina come un classico di Hollywood, prende in ostaggio la mente come un romanzo di Steinbeck, codifica una storia d’amore non codificabile. Cass, cantautore nomade, ha affinato la sua poesia un po’ rude e sporca nel corso di questi tredici anni che lo separano da A, continuando a combinarla con umorismo, immagini surreali e melodie alt-folk. Vuole esporre la bruttezza del genere umano, il suo Mangy Love, e come molti grandi album è allo stesso tempo in grado di lenire le ferite e disturbare i cuori. E vi lascerà con mille domande, poche risposte, altre domande, poi nuove fumose risposte, fino a vivere in eterno nel vostro personale bastione dei dischi imprescindibili. Un balsamo musicale preziosissimo che ci porteremo dietro per molto tempo, come la fotografia di un figlio nascosta dentro il portafogli. Uno scatto color seppia di un uomo con la t-shirt bianca, pronto a ricordarci che il giorno più importante della vita sarà sempre domani.
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