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6.8

A dispetto delle apparenze e di un titolo fuorviante (soprattutto nella versione italiana), Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn sembra sollevarsi da qualsiasi incarico politico-culturale e non sente alcuna responsabilità, né ha lo stesso idealismo romantico e battagliero dei vari Wonder Woman e Captain Marvel, da cui prende evidentemente le distanze, rifiutando la rabbia repressa del femminismo; al contrario propone uno spettacolo pirotecnico in grande stile, divertente e fin troppo autocompiaciuto e autoreferenziale, tant’è che risulterà difficile uscire dall’unico punto di vista del film, quello della protagonista, narratrice inaffidabile come il Joker di Todd Phillips, vanesia e ridondante, e divincolarsi da quello sguardo obbligato sulla realtà. Una realtà a sua immagine e somiglianza, dipinta sullo sfondo di Gotham City che è cangiante e vivace invece che tetra e drammatica, con musica da club sparata ad alto volume e un ritmo d’azione instancabile.

Gli eventi si susseguono e la narrativa classica viene stravolta di continuo. Non un’idea particolarmente originale, ma è il modo più efficace con cui la sceneggiatrice Christina Hodson (Bumblebee) rivela il manifesto potere del personaggio principale interpretato da Margot Robbie (attrice e produttrice). E pure assecondando certi messaggi culturali – cioè l’emancipazione della donna citata nel titolo originale – Birds of Prey preferisce giocare sulla superficie di un tema anziché approfondire, e “pattina” letteralmente in quella strana pista che ormai non frequenta più nessuno (figuriamoci un film con un gruppo di donne al centro della storia): l’intrattenimento senza doppi fini.

Invece di eroine e modelli per la società, come erano Wonder Woman e Captain Marvel, qui si lascia spazio a outcast vere (una figlia di mafiosi affetta da stress post traumatico, un’orfana, un’afroamericana povera, una detective latina derisa dai colleghi) dotate di uno spessore che, all’epoca, Suicide Squad aveva del tutto trascurato; ragazze problematiche con un’immagine fortissima e un elemento in comune: l’essere state abusate da uomini prepotenti. Si dà il caso che il più importante fra loro, Black Mask (Ewan McGregor), colui che le farà unire, è invece l’opposto dell’ordinario maschio alpha: un cattivo mai minaccioso che sogna l’eterna giovinezza grazie al botox e che si circonda di aiutanti-amanti e un esercito di adoni.

Anche nella sua opera prima, Dead Pigs, la regista Cathy Yan aveva montato uno spettacolo caleidoscopico e satirico molto simile a questo, insistendo sul valore del collettivo e della sua superiorità rispetto al singolo; in Birds of Prey lo ribadisce nella dimensione del cinefumetto flirtando con i generi, dalla commedia romantica all’heist movie, dall’action al buddy cop, omaggiando il cinema degli anni Settanta e il Tarantino di Pulp Fiction – e perché no, anche il Kubrick di Arancia meccanica e il Kurosawa di Rashomon – ma senza la presunzione di credersi ciò che non può essere: un film d’autore, o meglio, un film che ambisce all’impegno dell’autorialità. Questo esperimento lo svincola dalle solite dinamiche politiche-hollywoodiane e lo fa rinascere dalle ceneri dell’immaginario dark e iperrealista alla Christopher Nolan, risultando forse il cinecomic più anomalo, cialtrone e anarchico dell’era contemporanea.

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