Recensioni

6.5

Occhi di gatto. Un duo che tiene il suo primo concerto nella Basilica di San Pietro in Vaticano, registra il suo primo album nello studio RealWorld di Peter Gabriel e ne affida l’artwork a Chris Cunningham ha sguardo lungo e idee chiare su come far parlare di sé. A maggior ragione se quel duo è composto dal cantante/paroliere degli inglesi The Horrors – band capace di incupire ecletticamente post-punk, shoegaze o psichedelia senza però lasciare mai il segno in nessun campo – e da una soprano operistica/polistrumentista classica, canadese operativa a Londra. I due musicisti, legati anche nella vita, avevano incuriosito e infine convinto con un debutto omonimo, risalente al 2011, che giocava soprattutto sugli opposti, negli esiti artistici e nei presupposti di base: Faris Badwan non aveva mai suonato alcunché, Rachel Zeffira non si era mai cimentata con la forma-canzone. Ne risultavano brani consapevolmente retromaniaci, ben arrangiati e credibili nell’unire pop e sperimentazione, tradizione e avanguardia, sonorità acustiche ed elettroniche, accessibilità e ricerca. Nel mezzo c’è stata poi la colonna sonora The Duke Of Burgundy, per il film di Peter Strickland – vincitrice, peraltro, agli European Film Award 2015.

Adesso? Beh, adesso le cose proseguono con eleganza ed equilibrio, con la solita dinamica assicurata dagli avvicendamenti al microfono. Sempre nel RealWorld, sempre con Steve Osborne al banco mixer (New Order, Suede, Happy Mondays). Eppure la maggior linearità non giova molto: si guadagna in pacificazione e si perde in senso dell’avventura, del mistero. Gli archi accompagno l’intimismo minimale della title track e la ballata Sixties al pianoforte Drag, ma l’effetto è a un passo dalla stucchevolezza. Idem per i vocalizzi di Chamaleon Queen, dove parrebbero incontrarsi Beach House e Jens Lekman. I riferimenti restano comunque gli stessi, radicati nel passato: i girl groups d’antan, le soundtrack di genere. Shangri-Las, Phil Spector ed Ennio Morricone. Be Careful Where You Park Your Car, con tanto di handclapping, si candida a These Boots Are Made For Walking di nuova generazione, ma gli esiti non si allontano troppo da un qualunque pezzo degli She & Him. Un po’ non a caso Lee Hazlewood e Nancy Sinatra, un po’ Isobel Campbell e Mark Lanegan. Tutto è etereo e lievemente tratteggiato, a eccezione della tastiere più decise di Names On The Mountains e poco altro. Le antenne si alzano sul post-punk cangiante di Standoff e sull’unica ballata veramente d’atmosfera, Everything Moves Towards The Sun. Nell’insieme non male, ma niente di particolarmente prezioso.

 

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