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7.4

Avete presente il motorik krauto originario alla Neu!? Quello dritto, inarrestabile, robotico, acido e costruito sulla reiterazione e sulla ciclicità? Bene, ammantatelo di immaginario sci-fi di serie b, spruzzatelo di rimasugli industriali, dategli una spolverata bella grossa di ucronie (im)possibili, retro-futurismi vari e di visionarietà distopica, spesso se non sempre sotto forma di synth alieni, ed ecco che avrete questo elefantiaco comeback. Dopotutto, l’esordio Blood Drums– sorta di colonna sonora immaginaria metà grey area, metà kraut – aveva già messo in allerta gli amanti del genere, anche e soprattutto per via del nome di uno dei protagonisti, quel Tim Gane di stereolabiana memoria che dei Cavern Of Anti-Matter è cuore pulsante insieme alla batteria dell’ex sodale Joe Dilworth e al synth/elettronica di Holger Zapf. Una ascendenza, quella della casa-madre, che ogni tanto riemerge carsicamente, come avviene nella perla pop da due minuti Liquid Gate (alla voce Bradford Cox dei Deerhunter), ma che sembra mettere in scena, per contrasto o in opposizione, una vasta scala di grigi piuttosto che la caleidoscopica epifania della (ormai ex?) band madre, concentrandosi sulla mai negata affezione del duo Gane-Sadier per il krautrock meno scontato e per la sperimentazione sonora.

Ne esce un album monolitico eppure vario, perso in derive da corrieri cosmici, dilatazioni acid-kraut for the new age (la mastodontica opener Tardis Cymbals), library music da spazio profondo (Insect Fear), visioni alien(at)e (l’ottima, robotica, delirante Planetary Folklore, impreziosita dalla voce di Peter Kember/Sonic Boom), improbabili eppur efficaci incroci techno-kosmische dall’evidente gusto retro-futurista (Echolalia), incubi synthetici alla Carpenter (Blowing My Nose Under Close Observation). Void Beats/Invocation Trex è in definitiva un disco che sembra la versione musicale della “Caverna dell’antimateria”, tra i più disturbanti esempi di “Pittura Industriale” del situazionista italiano Pinot Gallizio “esposta” a Parigi negli anni ’60, da cui il trio prende non solo il nome ma anche una certa predisposizione umorale.

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