Recensioni

7.5

La musica di Cesare Basile con gli anni è diventata un luogo. Nei suoi album da solista – da La pelle (1994) in avanti – ha dato vita fin da subito a un cantautorato rock aspro, cupo, feroce, una calligrafia che ruminava con sempre maggiore efficacia – disco dopo disco – l’impatto crudo e assieme denso dei Nick Cave, dei John Parish, dei Willard Grant Conspiracy, delle Thalia Zedek, cogliendone le viscere blues per scoprire che si adattavano benissimo alla sua irrequietezza mediterranea (nel senso più pieno e terrigno del termine). La regolarità delle uscite (quasi un disco ogni due anni) ha coinciso con una crescita costante, una messa a fuoco che ha portato l’ex-Candida Lilith e Quartered Shadows a capire la necessità di non adattare un bel niente ma semmai edificare un senso, un suono, un luogo appunto che fosse il proprio, un terreno dove piantare i semi e attenderne il germogliare. Blues quindi non come catalogo di strutture, segni, timbri, espedienti, ma come musica/anima e musica/arma, groviglio di voci da un conflitto in corso anche se rimosso, spacciato per normalità. 

Disco dopo disco, passo dopo passo, si è compiuto quindi un processo di definizione, ogni uscita sembrava raggiungere il traguardo salvo venire smentita dall’ulteriore progresso della successiva. Ogni volta pensavo, sbagliando: “ci siamo, questo è il cuore definitivo del suo esprimere, l’ultima maturità di Basile”. Lo pensai nel 2011 con Sette pietre per tenere il diavolo a bada, poi con l’omonimo di due anni più tardi, quindi col bellissimo Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più (2015), e ancora con quel U fujutu su nesci chi fa? che nel 2017 rompeva gli indugi e abbracciava in toto l’idioma siciliano. Oggi, guarda un po’, tocca a Cummeddia confermare la regola: ancora una volta, è difficile non parlare di capolavoro. Per la discografia di Basile, certo, ma in generale si tratta di una delle uscite discografiche più intense di questi tempi, per questi tempi. 

Rispetto al predecessore, il lavoro sui suoni – grazie a una squadra composta da Sara Ardizzoni (aka Dagger Moth), Vera Di Lecce, Massimo Ferrarotto, Luca Recchia, Hugo Race (qui impegnato ai synth), Gino Robair e Alfio Antico, a cui si sono aggiunti Rodrigo D’Erasmo (violino) e Roberto Angelini (lapsteel box) – compie uno step notevole: le serialità ipnotiche dei raga e le resine sabbiose del Mali si compenetrano in un “corpo” tanto nervoso quanto solido, solcato da elettricità e da elettroniche che sembrano sbocciare dal suolo, abitato da cori che pennellano irrequietezze secolari, spinto da un’attività percussiva colta all’incrocio tra arcaico e viscerale. È un luogo, appunto, che non chiude i porti, anzi è disposto ad accogliere suggestioni diverse e lontane – certi fantasmi antichi abbacinati di futuribile, storie annidate nel ventre smemorato della Storia – e da tutto ciò distillare il linguaggio con cui raccontare il presente. 

Un linguaggio, già: il siciliano sembra ormai diventato per Basile l’unico idioma possibile. Non si tratta di caratterizzare geograficamente e culturalmente canzoni che trattino di temi particolari, legati a tradizioni utilizzate magari in senso simbolico. È anche questo, certo, ma è soprattutto un modo per recuperare la forza della parola, un vocabolario non disarmato, non logorato – e formattato, e sterilizzato – dalla normalizzazione mediatica. Nell’intervista concessa a Fabrizio Zampighi due anni fa, Basile ha dichiarato: «la lingua Siciliana è armata». Ecco, è esattamente questo. Termini come “arvulu”, “sdisiccati”, “simenza”, espressioni come “si manciaunu ‘n fra iddi stissi”, significano più di quanto potrebbe una loro traduzione: sono altrettante lame e fucili, sono chiavi e varchi che ti fanno attraversare di colpo la distanza tra quotidiano e misterioso, tra il pianificato e l’indomito, tra la cicatrice e la ferita. 

Fin dall’iniziale Mala la terra ca è Patria entri in una dimensione che non lascia margine alla tranquillità: il passo qui è un’invettiva che scolpisce i mostri dominanti con la rabbia incarnita di chi sperimenta il sopruso da sempre (il coro, diretto dalla Di Lecce, colpisce in petto e stringe il cuore), mentre altrove – E Sugnu Talianu, Setti Venniri Zuppiddi – diventa litania gotica e processione tumultuosa, sguardo elettroacustico febbricitante (L’arvulu rossu), enigma ipnotico e angoscioso (il talkin di Cchi Voli Riri), parata di anime accese ed esistenze schiacciate nella morsa di un meccanismo che si spaccia per destino (Chiurma Limusinanti). 

Quanto a Cummeddia – lemma traducibile in “cometa” o “aquilone”: a proposito di “lost in traslation” – è ballata intrisa di fatalismo e rivolta silente, una di quelle melodie che rovesciano malinconia in trepidazione e il languore in solennità senza mai sembrare, neanche per un attimo, accomodante. Nessuno scampo: più che incantesimi, le canzoni di Basile suonano come stregonerie, certe volte come condanne. Anche i toni della conclusiva Mina Lu Ventu sono solo apparentemente più distesi, in realtà è un ciondolare onirico che nasconde l’insidia strisciante della prevaricazione. 

In tutto ciò, l’impegno civile – e segnatamente anarchico – di cui sono intrisi i testi neppure si avvicina alla friggitoria compiacente della retorica, proprio perché è un impegno che sceglie di camminare sulle strade accidentate del mito ad alzo zero, del narrato popolare, e non ha paura d’infilarsi nei vicoli più indiavolati, di trovarsi faccia a faccia coi mostri e i mostriciattoli della realtà. Una prassi di cui è immagine la voce lisa e scapigliata di Basile, quel suo rivolare asciutto e per nulla accomodante, l’anima sempre a portata di mano come un bastone. 

Disco che impressiona quindi per incisività, per compiutezza, per la capacità di scuotere ed evocare. Ancora una volta la sensazione è quella di un lavoro che alza l’asticella, ennesimo capitolo di una discografia ormai non più solo importante ma cruciale per la scena rock italiana del nuovo millennio. Ho scritto rock, certo, perché questo raccogliere blues, folk e psichedelia, questo girovagare in bilico tra margini e confini (geografici e temporali), questo luogo, mi sembra appunto una ennesima, imbastardita, indocile, generosa, necessaria epifania rock.

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