Live Report

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Chiunque si sia trovato davanti almeno una volta nella vita Charlotte Gainsbourg non potrà negarne il fascino magnetico. Che si sia trattato di una performance memorabile sul grande schermo, una passeggiata in passerella nei saloni di moda o su un palcoscenico pronta per il suo prossimo concerto, quello ostentato dalla Nostra è comunque un atteggiamento che all’umiltà palpabile aggiunge una sicurezza d’intenti del tutto invidiabile. Come a dire: sì, sono sempre io, non una vera attrice – come le intende lo star system, dal quale si tiene coraggiosamente alla larga con scelte mirate che la portano a recitare per autori indisciplinati come Todd Haynes e Lars von Trier – e non una vera cantante – cinque gli album pubblicati in poco più di trent’anni, e proprio con l’ultimo, che ne rispecchia appieno il fascino e ricalca quella nostalgia di ricordi di cui sono impregnati i suoi testi, che Charlotte Gainsbourg arriva al Fabrique di Milano per l’unica data italiana del suo tour.

Una data che avrebbe dovuto avere luogo all’attesa prima edizione del Radar Festival, prima che la sua cancellazione ufficiale obbligasse gli organizzatori a riprogrammare l’arrivo della Nostra per questo dicembre. Del disco in questione, Rest, abbiamo già parlato nell’apposita sede, e se già in fase di ascolto appariva evidente il richiamo ai ricordi, a un passato più semplice e piacevole di quello che la stampa dell’epoca voleva far trasparire, al dolore della perdita – prima del padre Serge nel 1991, poi della sorellastra Kate nel 2013 e alla quale il disco è prevalentemente dedicato – il live del 5 dicembre scorso ha confermato questo viaggio indietro nel tempo fatto di tappeti sonori tipicamente francesi (e del suo rinomato ed elegante elettropop), serenate notturne e dolcissime, dance aggiornatissima grazie alle numerose collaborazioni che Rest porta in grembo (da Sir Paul McCartney a Guy Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk, passando per la poetica di Sylvia Plath).

Contraddistinto da una scenografia minimale capace di esaltare il contrasto tra luce e oscurità di cui spesso è infarcita anche la moderna capacità di riconoscere una lucida verità da una seducente bugia, lo spettacolo si protrae per oltre un’ora partendo subito in quarta con i singoli più gettonati dell’ultimo lavoro, Lying with You, Ring‐a‐Ring o’ Roses e I’m a Lie, procedendo con Heaven Can Wait, in cui pare di sentire echeggiare la presenza affine di Beck (autore del brano contenuto in IRM), e inframezzando un segmento malinconico annunciato dalla Nostra con poche parole, toccanti e incisive quanto basta: il culmine è raggiunto dal dittico Deadly Valentine (di cui ricordiamo anche il videoclip omonimo da lei stessa diretto e interpretato assieme a Blood Orange) e della succitata Kate, con dedica sofferta alla sorellastra.

Non mancano i brani da 5:55, come testimoniato dalla presenza in scaletta di The Songs That We Sing, così come la cover kanyewestiana di Runaway, che apre la strada a lei, la canzone dello scandalo per eccellenza, quello stesso scandalo che accompagna la Gainsbourg da tutta una vita, anche se è proprio il suo stile e il suo atteggiamento a sminuire puntualmente questa valenza, voluta più dai mezzi stampa che da qualche fondamento di verità: Lemon Incest. A concerto concluso si ha la consapevolezza di aver assistito a un evento unico e raro, quello che ti porta ad ammirare chi un palco non lo vive come estensione di sé, ma semplicemente come uno dei tanti specchi su cui riflettere parte del proprio io, un frammento della propria anima, che sia di un attrice o di una non-cantante è irrilevante.

Nota a margine: in apertura si è distinta Sofia Gallotti che ha portato in scena il suo progetto solista LIM, che avevamo già avuto modo di esplorare in sede di recensione (del debutto lungo con Higher Living) e con un’intervista alla quale vi rimandiamo.

[Foto: Fabio Izzo per Fabrique Milano]

7 Dicembre 2018
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