• apr
    28
    2017

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La Tempesta Dischi

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Sono passati cinque anni dalla messa in stand by del progetto Iori’s Eyes. Un’eternità, considerate le sempre più bulimiche tempistiche di produzione e fruizione musicale attuali. Scissa sul nascere (temporaneamente? Lo speriamo) l’unità di una simbiotica gemma che è tra le cose più belle successe al pop indipendente italiano negli anni ’10, il lungo silenzio successivo è stato inizialmente spezzato da Sofia con il suo convincente esordio L I M – da queste parti lo trovate recensito da Luigi Lupo. Ora è il turno di Clod, che torna a pubblicare materiale.

La sua nuova (id)entità Christaux si allontana tanto dall’intimo e minimale electro-pop degli Iori’s Eyes, quanto dall’acquatica scarnificazione elettronica della Gallotti. Il concept è tutto nella cover, che unisce l’omonimo Lou Reed e l’ANOHNI di Hopelessness. Ecstasy è un compatto e coeso lavoro che spinge a fondo il pedale del massimalismo, per un pop che – specularmente al raccolto less is more del duo originario – si fa qui barocco e stratificato, abbondante di orchestrazioni e arrangiamenti sfarzosi (e sfiziosi). Quel che più colpisce al primo impatto è il mantenimento della sobrietà originaria, pur in questa nuova veste ben più cesellata ed arredata.

Da un lato ci sono i sinistri synth di Ode to the Beast, gli incastri tra piano, tastiere 80’s e cassa dritta di Human e Light Year, gli arpeggi/drappeggi di Tonight, i cori e il drumming tribale di A Minute to Now, i riverberi chitarristici di The Fire, le oscillazioni in crescendo di Surreal. C’è anche un brano recitato in italiano, suggestivo ed evocativo, in Spazio HD. L’ampiezza stilistica di forme e mezzi è quindi così variegata ed opulenta che potrebbe anche troppo facilmente scadere in un baroque kitsch ampolloso ed auto-compiaciuto. Questo però non accade mai, perché dall’altra parte abbiamo una freschezza melodica ancora illibata potentissima, anzi forse uscita persino rafforzata da questa lunga pausa di riflessione. È tutto lì, nella bellezza di un pezzo come More Than This e in un capolavoro conclusivo lungo appena un minuto e mezzo ma che difficilmente avrebbe potuto essere più perfetto (Recognize). Così l’inedita ridondanza di orpelli e svolazzi stilistici resta mezzo e non fine, riuscito ed ispirato veicolo per la pura bellezza che dietro ai pezzi di Clod c’è sempre stata. È una gioia trovare che tutto questo è ancora lì, seppur nel necessario cambiamento. Bentornato.

6 maggio 2017
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