Recensioni

Yuka C. Honda e Miko Hatori ancora insieme. Il disbanding è datato 2002, in seguito al tour del secondo album Stereo ★ Type A (uscito nel 1999). Non c’erano stati screzi, lo iato serviva a prendersi il classico periodo di decompressione dopo il successo internazionale. Per gli smemorati: le due giapponesine avevano mandato in solluchero la grande mela alla fine del secolo, utilizzando ammiccamenti sexy, paillettes e retrofilia shibuya-kei mescolate al trip hop e al pop. In più ebbero l’onore di collaborare con Michel Gondry, alla regia del singolo Sugar Water, e di partecipare (solo la Hatori) a Hello Nasty dei Beastie Boys.
La scintilla che ha fatto scattare la reunion è stato un concerto di beneficenza alla Columbia University per le vittime dello tsunami nel 2011. Lì era presente pure Yoko Ono e di sicuro la nonna del rock avrà sussurrato qualcosa all’orecchio di Sean Lennon (che già suonava con le due giapponesine nel secondo disco). Non siamo sicuri al 100%, ma l’incontro è servito di certo a galvanizzare il combo e a far ripartire la macchina, tanto che l’album viene stampato proprio sulla label di Lennon.
Con qualche aiuto mirato da “personaggi che contano” nel jet set musicale (il cantante americano Reggie Watts, Nels Cline e Glenn Kotche degli Wilco, il percussionista Mauro Refosco degli Atoms for Peace), Yuka e Miko hanno ripreso le istanze avant pop newyorchesi dei 90s e le hanno attualizzate all’oggi. Il disco è molto aperto, con suoni che respirano, senza tanti overdub o ammennicoli produttivi come quelli che da un po’ di anni a questa parte hanno livellato le proposte, soprattutto in ambito electro-pop. Gli strumenti hanno una voce propria e la voce si distingue bene dal mix e dagli arrangiamenti: tutto ciò potrebbe sembrare una puntigliosità da pundit melomani, invece il risultato produttivo si riflette proprio sulla scelta dello stile e delle soluzioni compositive.
Lo slow down e il ritorno ad atmosfere pop soul tagliate con qualche percussione hip-hop o qualche chitarra funky-rock (stupendo il richiamo DFA in 10th Floor Ghost Girl) fanno venire in mente addirittura i Talking Heads o le ultime prove della stessa Yoko Ono. In più torna il marchio di fabbrica Sixties che contraddistingue da sempre il suono Cibo Matto (suggestioni 007-misto-Mad Men in Emerald Tuesday), qualche elemento preso dai blues elettrificati di Beck (MFN) o da quelli più sporchi e sognanti la fine millennio di Tricky mescolati con un savoir-faire à la Marilyn-Monroe-meets-Morphine (Hotel Valentine). Per finire, il lento da poltronissima (Empty Pool) e l’armonizzazione nippo-lounge (Lobby).
La connessione con un tempo passato e forse ormai sepolto (ricordate i Death In Vegas?) si collega alle suggestioni estetiche dei Daft Punk: là il milieu musicale/cornucopia da cui attingere erano i Settanta, qui sono i Novanta del trip-pop-rock (l’operazione farà imbiancare ulteriormente i capelli di molti quasi quarantenni). L’ennesimo esempio di retrofilia? Per qualcuno potrebbe anche essere, ma per chi scrive Hotel Valentine non è una mera copiatura, bensì un’ottima attualizzazione ricostruita con precisione certosina e stile sopraffino. Le macchine e la produzione fanno il loro dovere per costruire un disco pop eccellente, come non se ne sentivano da tempo, e le due ninfe sono ancora all’altezza del palco. Bentornate, Cibo Matto.
Amazon
