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Stato: Australia. Città: Melbourne. Coordinate stilistiche: pop-rock. I dischi che andremo ad approfondire in questa sede appartengono a due band che in comune tra loro hanno i tre aspetti citati in apertura. Stiamo parlando dei City Calm Down e dei The Paper Kites, e dei rispettivi album In a Restless House e Twelvefour.

Tre anni dopo la pubblicazione di Movements EP, caratterizzato da sonorità synthpop di derivazione New Order, i City Calm Down esordiscono su formato lungo con chiare ambizioni di un certo livello. Puntano in alto (se fossero inglesi forse ci sarebbe già qualcuno che parlerebbe di nuovi Coldplay) cercando – e spesso trovando – una propria strada pop/rock che possa funzionare sia nei piccoli club da duecento persone che negli stadi. Un briciolo di furbizia ed una vaga patina ruffiana non scalfiscono un’opera prima – In a Restless House – che fa perno su pop songs di ottimo livello, che tagliano con un certo equilibrio ricordi post-punk e tentazioni radiofoniche. Il brano di punta è senza dubbio Rabbit Run, un instant classic tanto melodico quanto atmosferico in cui emergono quelli che sono i tratti distintivi dei quattro australiani, in particolare il baritono di Jack Bourke che – a tratti – può ricordare quello di Matt Berninger.

Contrariamente ai mancuniani e non troppo distanti Slow Show (anch’essi freschi autori di un esordio piuttosto valido) i City Calm Down tengono comunque a freno l’amore per i National, preferendo soluzioni più dinamiche talvolta sorrette da linee di synth corpose e vivaci (Border On Control). Nonostante sia difficile collocare l’opera all’interno un preciso filone, si è spesso alla ricerca di una decadenza post-romantica figlia degli eighties: nella uptempo Your Fix Jack Bourke si trasforma momentaneamente in Robert Smith mentre altrove emergono situazioni che riecheggiano i Church, gli U2 o i Simple Minds (il chorus di If There’s a Light On). Quando la scrittura non cade sul revivalismo anni Zero più generico (White Lies o The Killers in Sun), In a Restless House sa come farsi apprezzare tanto nei passaggi emotivamente più intensi quanto nei brani caratterizzati da un tiro più energico (piuttosto valido il lavoro al basso di Jeremy Sonnenberg).

I The Paper Kites, dal canto loro, provano ad ampliare i propri orizzonti con un secondo disco che in parte si discosta dalle sonorità che hanno caratterizzato gli esordi – in particolare, il debutto lungo States, 2013 – ovvero un folk dall’abito indie piuttosto in linea con i successi americani di un paio di anni fa. In Twelvefour non rinnegano il passato, ma compiono il decisivo passo in avanti per uscire dalle paludi del genere. Un po’ come hanno fatto i Mumford and Sons con Wilder Mind, ma in maniera decisamente più dignitosa. Le novità si collocano soprattutto nella prima parte dell’album: l’opener – e singolo – Electric Indigo sfoggia un etereo synth-pop di confine arricchito da un accompagnamento elettrico, Renegade è una driving-song con suggestioni alla Fleetwood Mac, Bleed Confusion porta il discorso su toni più dimessi e al contempo classici, mentre Relevator Eyes possiede quell’animo heartland rock delle tracce maggiormente dinamiche degli ultimi War On Drugs. Materiale adatto ad accompagnare paesaggi degli Stati Uniti all’imbrunire.

Ritroviamo vibrazioni acustiche in A Silent Cause e in Turns Within Me, Turns Without Me, composizioni ben armonizzate e in grado di far sentire l’ascoltatore in pace con il mondo. Piacevole aggiunta l’armonica a bocca presente sia nell’americana di I’m Lying to You Cause I’m Lost che in Woke Up from a Dream, cinque minuti scarsi che riecheggiano Father John Misty. A proposito di Father John Misty, l’album è stato prodotto egregiamente da Philip Ek, già al lavoro sugli ultimi due album del cantautore americano. Twelvefour non fa mai la voce grossa: non è un disco nato per stupire, quanto invece per conquistare, ascolto dopo ascolto.

Voti: 6.7 a In a Restless House e 6.6 a Twelvefour.

24 Novembre 2015
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