Recensioni

L’hype era inevitabile: un disco come There Existed an Addiction to Blood si portava dietro chiacchiere, applausi, animi infuocati e una nuova concezione del genere horrorcore, riscoperto, o meglio nato, una seconda volta grazie allo stile senza precedenti dei clipping., trio formato dal rapper e attore Daveed Diggs e dai produttori Jonathan Snipes e William Hutson. Visions of Bodies Being Burned, seguito di quell’acclamato lavoro del 2019, è il secondo capitolo della serie horrorcore sociopolitica dei clipping. L’album, masterizzato da Rashad Becker, si muove intorno a sedici storie spaventose travestite da canzoni rap, che incorporano l’essenza tanto di Ernest Dickerson, Clive Barker e Shirley Jackson quanto quella di Three 6 Mafia, Bone Thugs-N-Harmony e Brotha Lynch Hung.
Provando a reimmaginare l’horrorcore con una vera e propria torsione di significato, i clipping. esplicitano la propria politica radicale di mostruosità, paura e inquietudine. Ma forse stavolta c’è un po’ troppo materiale, troppe parole, troppo poco equilibrio. È vero che il terrore non ne ha, ma è pur sempre doveroso ricordare come il precedente lavoro della band vivesse, nel caos mefistofelico dei suoi quindici brani, un’euforica stabilità sonora. I clipping in questo nuovo album uniscono i loro marchi più potenti e li spingono fino al punto di rottura, con un risultato altalenante, a volte idilliaco, altre poco convincente. La vocalità acrobatica di Daveed Diggs resta, anche se si attenua rispetto al disco precedente, prediligendo un ritmo meno veloce, meno impazzito. Anche la visceralità è sempre presente, ma appare attutita da un voler mostrare troppe cose, sacrificando così una narrativa concreta e guidata. Dark ambient, hard noise, cloud rap, breakcore, improvvisazione elettroacustica, trap metal e industrial sono tutti generi con cui il trio decide di mettersi alla prova in questo album e vuol farlo giocando con le sensibilità impressionistiche dei suoi ospiti illustri, da Ho99o9 (su Looking Like Meat), a Jeff Parker & Ted Byrnes (su Eaten Alive), passando per Sickness e Greg Stuart.
La concentrazione è tanta, probabilmente eccessiva rispetto al songwriting, che sì migliora rispetto all’anno scorso, ma non impatta più in modo esplosivo. Presentare storie agghiaccianti, descrizioni al limite del narrabile, funziona da ponte vista la volontà dei suoi autori di creare una sorta di continuazione, di parte seconda, del super album celebrato. Temi come il cannibalismo, l’occulto, i serial killer, il paranormale e l’aldilà fanno tutti la loro comparsa in questo album, e proprio come nei due lavori precedenti, il lirismo cinematografico vivido e dettagliato di Daveed rende l’ascolto avvincente.
Il loop centrale di Say the Name che arriva direttamente dai Geto Boys di Houston sembra sintetizzare le basi stilistiche dell’intero album: dinamiche lente, racconti di ingiustizia razziale attorno a Candyman, lo spirito vendicativo e dalle mani uncinate. La sordida narrazione architettata da Diggs è tagliente e sinuosa tanto nelle dissonanze di Invocation quanto nella percussiva Eaten Alive, con le sue paludi di cannibali e riff jazzy firmati Jeff Parker. Pronti a seminare il caos, i clipping. elaborano esplosioni di feedback distorte e crude, che si fanno sempre più cupe negli impulsi vendicativi di Make Them Dead. Accumula strofe su strofe ma resta irrisolta Something Underneath, con quel ritornello a cappella tonalmente fuori luogo. La conclusione è affidata a Secret Piece, decisione coraggiosa di reinterpretare un brano quasi cageiano di Yoko Ono, qui a far da quieto ritorno dopo l’attività intensa e claustrofobica a cui gli scatti del trio ci hanno sottoposto.
L’impressione generale è che questa volta i clipping. abbiano messo davvero troppa carne al fuoco – seppur di ottima qualità – dimenticandosi di tracciare uno schema per renderla appetibile come già fatto dodici mesi fa.
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