• ott
    19
    2018

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Carpark Records

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Pubblicati in contemporanea il 27 gennaio 2017, Near to the Wild Heart of Life dei Japandroids e Life Without Sound dei Cloud Nothings hanno contribuito pesantemente alla personale “fine dei vent’anni“, nonostante fossero, ufficialmente, già finiti da un po’: due album deludenti che in qualche modo hanno allontanato i ricordi di quel periodo in cui le chitarre, la passione, il sudore erano tornate ad essere cool. Parlo dei primissimi anni dieci, dei Cloud Nothings e dei Japandroids ma anche del mito di Williamsburg, del fuzz-pop, di Captured Tracks, ecc. Due album piuttosto piatti e poco ispirati: classici lavori destinati al dimenticatoio utili principalmente per proseguire gloriosamente una attività live da sempre fulcro centrale di entrambe le band. Sotto molti punti di vista questo concetto può essere esteso anche al nuovo album dei Cloud Nothings, Last Building Burning: la sensazione è che la resa di questa manciata di nuovi brani targati Dylan Baldi & co possa essere superiore dal vivo che su disco.

Nonostante la produzione di Randall Dunn (uno abituato a muoversi principalmente in territori metal), le tracce contenute in Last Building Burning tendono a suonare come demo imperfette o in generale come brani nati spontaneamente in tre minuti e rifiniti senza troppa convinzione. Nulla da obiettare su questo tipo di approccio (peraltro già riscontrabile nelle precedenti produzioni) ma, in mancanza di canzoni realmente memorabili, è l’energia primordiale a dover uscire prepotentemente dalle casse, cosa che succede invece solo in parte. Secondo Baldi il concetto alla base dell’ultimo album è proprio quello dell’energia. In questo senso è possibile rintracciare una sorta di ritorno al passato (fin dalla copertina, nuovamente in uno sgranatissimo b/n dopo la parentesi azzurrastra di Life Without Sound), rifacendo proprio quel sound grezzo e corrosivo che li ha resi un punto di riferimento per tutto l’indie rock tra il 2012 (Attack on Memory) e il 2014 (Here and Nowhere Else), lambendo di striscio il revivalismo emo (Hotelier, Modern Baseball…) per parlare a un pubblico più ampio e trasversale amante del rock suonato con il cuore (Titus Andronicus, Fucked Up, No Age…).

Seppur smussata, come detto in precedenza, dal formato-disco, l’energia non manca: la botta iniziale On A Edge, ad esempio, è un abrasivo concentrato di punk-rock con un Baldi sbraitante come poche altre volte in carriera; Leave Me Now è melodica e caotica come nella migliore tradizione della band di Cleveland (compreso il drumming sconsideratamente dinamico di Jayson Gerycz sul finale), mentre la conclusiva Another Way Of Life, seppur basata su standard pop-punk senza infamia né lode, è a modo suo trascinante. Fuori dal coro la The Echo of the World, brano di lo-fi post-HC impreziosito da distorsioni gazey e da una lunga (per i canoni della band) sezione strumentale in cui emerge – ancora una volta – il lavoro dietro le pelli di Gerycz. Fuori dal coro – ma meno a fuoco – anche Dissolution, composizione di dieci minuti che sfocia prima in un minuto di drone (idea del Dunn già al lavoro con Sunn O))) e Boris?) e poi in una interminabile coda che sembra provenire da una qualsiasi e randomica studio-jam.

«I wrote this because I feel like there aren’t too many rock bands doing this right now», dichiara Baldi. Possiamo anche dargli – in parte – ragione, ma complessivamente Last Building Burning non è altro che una – discreta quanto breve – nuova raccolta di canzoni che non aggiunge molto a quanto proposto in passato dagli americani.

19 Ottobre 2018
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