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7.2

Che fine del mondo sarebbe senza di te?

Treni, stazioni, saluti, ultimi giorni. Di scuola, d’amore, di vita su questa Terra. Ci siamo interrogati profondamente e costantemente negli ultimi mesi, scrivendo sceneggiature assurde circa le ore finali di permanenza su questo mondo, forse un po’ vittime di uno stato psicotico a cui nessun libro e nessun film avrebbe potuto adeguatamente prepararci. Il concetto di fine – la morte! – narrato, osservato, studiato, sembra davvero continuare a sfuggire a un’esegesi lucida e serena, presi sempre più a studiare la morfologia immortale, nell’eterna rincorsa a un’apparenza lontana dai segni del tempo, dalle rughe della Magnani.

C’è un disco, scritto prima che distanziamenti e mascherine diventassero parte del nostro quotidiano, che ha il pregio di non portarsi dietro questa consapevolezza e questa paura, figlio di una gestazione lontana nel tempo e nello spazio dai giorni pandemici. Ed è forse per questo il disco più attento e sensato che si possa ascoltare dopo mesi impastati di ansia e sguardi attoniti. I Mortali arriva a fine quarantena, a fine fase 2 (?), quando tornano uscite e aperitivi mascherati, un disco che è stato anche l’esperimento più atteso ancor prima di esser annunciato: l’unione consacrata senza bisogno di formule eucaristiche fra Urciullo Lorenzo e Dimartino Antonio racconta di vite geograficamente vicine, di intersezioni scoperte in un gioco dell’oca a forma di Sicilia.

Colapescedimartino – che sono una cosa sola, un’isola vastissima e piena di sole – compongono, prima della quarantena, dieci tracce in equilibrio tra la ricerca di una nuova identità per il cantautorato italiano e le sintesi pop tanto ricercate quanto letalmente fatali per i più. I Mortali è un disco di appartenenze: ai luoghi sacri della Sicilia, ai suoni antichi che ti formano e non se ne vanno mai, all’amore salvifico. Fra arrangiamenti beatlesiani, lunghe cavalcate sul precipizio del più bel pop, il duo riesce nell’impresa di una scrittura a quattro mani priva di fratture nervose e scatti stonati. Sotto l’egida di una Grande Madre Sicilia, il duo Dimartino/Urciullo funziona in maniera (quasi) perfetta. Se fino a due anni fa Urciullo cantava di un paese in cui erano tutti felici tutti risolti, e Dimartino dipingeva giorni buoni fatti di ore crudeli, oggi pare essere tutto tornato a un passato – quello adolescenziale, momento torrenziale e violento nella sua purezza – in cui la perfezione sta nell’essere e riconoscersi sbagliato.

«La mortalità è la condizione delle creature terrene e dell’uomo. Credere all’immortalità dell’anima non è cosa da tutti, la mortalità invece è un concetto oggettivo. Tutti vediamo i nostri corpi sparire, disintegrarsi, diventare altro. Ci piaceva l’idea di dedicare un disco a noi mortali, alla nostra banalità ma allo stesso tempo all’infinita unicità del nostro pensiero di umani. Di fatto I mortali è un disco che celebra la vita», e lo fa nel modo più spontaneo, scrivendo dei fattori, sociali e antropologici che ne stanno alla base. Dall’insoddisfazione alla paura, dallo smarrimento alla mancanza di spazio per nascondersi, i due decidono di far musica arrivando alla fine della corsa, consumando tutto il fiato, quello di chi scrive e canta storie. I Mortali porta infatti alla luce un discorso ancora più sotterraneo, che è quello legato all’elasticità (o alla mancanza di essa) propria degli autori; scrivere per gli altri permettendo a quei versi di risultare credibili, a fuoco, non sempre è possibile. E sebbene entrambi in passato lo abbiano fatto, oggi Colapesce e Dimartino scrivono per se stessi, di cose e luoghi che in bocca ad altri stonerebbero come un gelato al pistacchio di colore verde. Trascendendo la natura di semplice collaborazione, i due artisti attuano la strategia della metamorfosi in animali sonori dediti al primitivismo esotico.

Fra l’omaggiare il verista Piero Ciampi e l’inappagamento artistico narrato ne Il prossimo semestre con chi confida in una sorta di incantesimo milanese e la preziosa ceramica pop di Luna araba, brano che ha la forza di un film, con il canto di Carmen Consoli ad accompagnare le vocalità maschili, si trova anche una potentissima hit dal ritornello aforistico nella mite psichedelia ambientale di Cicale; il disco raggiunge un’intensità particolarmente efficace con Rosa e Olindo, istantanea giornalistica di amori che da neri si trasformano in assoluti, un brano che nasconde al suo interno uno dei riff più riusciti dell’anno, gli urlatori di Sanremo, le apocalittiche aperture di Battiato, gli archi orchestrali anni sessanta. E nonostante tutto questo, unito in meno di tre minuti, giunge a un equilibrio invidiabile e perfetto. Come le crepe che illuminano e lisciano Punta Bianca. Canzoni come Parole d’acqua, L’ultimo giorno, Noia Mortale fanno di Colapescedimartino la crasi dell’autore completo e compiuto, ormai pacificato con l’idea di finitudine tanto dell’essere umano quanto dell’essere artistico. Sparare adesso i proiettili buoni, quelli migliori per lasciare qualcosa che rimanga nel tempo. Noia Mortale col suo crescendo continuo è un’apertura luminosissima che possiede uno spirito da epica dance-pop, quasi una radiocronaca di eroi caduti in malora che si lasciano andare a confessioni come «per salvare la pelle abbiamo anche creduto alla resurrezione». Se Adolescenza nera, prodotta dal beatmaker Mace, è la sonorizzazione di un videogioco anni ‘80 mai uscito sul mercato, con cori gospel a stendere un tappeto armonico che ospita l’eclettismo elettro-pop mentre le voci dei due lottatori escono da un harmonizer, la chiusura affidata alla delicatissima Majorana scatta una polaroid di chitarre acustiche, senza filtro instagram, ricordando le canne davanti al liceo e gli amici che non ci sono più, chi per un po’ o chi per sempre, grazie ad armonie crepuscolari e gentili arpeggi di chitarra à la Kings of Convenience.

Con I Mortali è arrivato il tempo in cui l’innocenza galleggia nel luogo finito, nel suo cosmo fatto di oggetti, suoni, presenze, geografie. Tutto vi rimane aperto, come la vita, come la morte.

Per guardare le cose svanire in un attimo.

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