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Spendendo un termine di cui spesso si è abusato, chiamare i Cypress Hill “precursori” ci sta tutto. Sia (più lateralmente) della contemporaneamente nascente scena West Coast, che della futura ondata nu metal – o qualsiasi relativo sinonimo preferiate, ma ci siamo capiti – a cavallo tra 90’s e Duemila: Faith no More, Primus, Red Hot Chili Peppers e Incubus prima, Limp Bizkit, Korn (che infatti li citano in Blind) e compagnia poi. Ma il retaggio lasciato dai Cypress Hill è stato decisivo anche nella formazione del più politicizzato e incendiario degli act ricollegabili al marasma di cui sopra, quei Rage Against the Machine che infatti li omaggiano in Renegades, il disco di cover a celebrare l’abbandono di De La Rocha, con How I Could Just Kill a Man che affianca in scaletta anche una rivisitazione di Microphone Friend di Eric B & Rakim.

La ragione sociale è prima DVX e poi, dopo l’abbandono di Mellow Man Ace (fratello di Sen Dog) per la sua carriera in proprio, Cypress Hill. L’unico non californiano del gruppo è proprio colui che più di tutti ne decreterà il successo: Dj Muggs, newyorchese di nascita e già militante negli 7A3. Dopo un demo nell’89 e il conseguente accordo con la Columbia, il definitivo break-up per il gruppo non è tanto l’omonimo esordio (che comunque già vende i suoi milioni di copie), quanto il successivo sophomore Black Sunday nel ’93.

Il lascito dei Cypress Hill ai filoni che abbiamo detto prima, uno dei principali meriti dei californiani, è stato portare l’hip hop a chi ne masticava poco o nulla: la loro dimensione ibrida è evidente sin dall’iconica cover di ispirazione più metallara che HH. Grafica e immaginario fanno subito il paio con suono riconoscibile: sporco e cupo, pesante e scarno al tempo stesso, con i beats di Muggs costruiti su batterie asciuttissime e giri di basso immediatamente iconici che spesso pescavano i samples da una tradizione che guardava non più solamente al funk e ai classici r&b, ma anche e soprattutto al rock bianco, magari britannico. È il caso ad esempio di I Ain’t Goin’ Out Like That che campiona Wicked World e The Wizard dei Black Sabbath.

A fare il paio arriva poi la clownesca voce di B-Real, il Danny Brown ante-litteram ugualmente malvagio e ancora più pregno di THC. I testi si muovono tra visioni splatter e fumo di blunt, guerre di strada (Like a Shot)  e filastrocche inquietanti, in un freak circus cartoonesco e sinistro. Le vendite, trainate dall’immediatamente anthemica Insane in the Brain furono clamorose (parliamo di triplo disco di platino) e l’eredità quasi incommensurabile: è vero che quello che sarà il canonico wall of sound del binomio rock/HH era già stato sdoganato nel ’91 dall’improbabile tandem Public Enemy Anthrax (ma Walk This Way degli Aerosmith rimaneggiata dai Run DMC è datata addirittura 1986), e non dimentichiamo che gruppi come i già citati RHCP giravano già dal 1984, ma l’immaginario ibrido e deviato – soprattutto inedito e non più derivativo – dei Cypress Hill diede un’ulteriore e decisiva spinta al carrozzone. La formula s’incupirà poi ulteriormente nei successivi e meno rockisti (ma ugualmente splendidi) III: Temples of Boom e IV.

Per il resto abbiamo assistito ad una vecchiaia senza più niente da dire, condita da qualche collaborazione alimentare evitabile (Rusko e Deadmau5, e abbiamo detto tutto), in cui i Nostri si godono il guadagnato status da onorevoli dinosauri portando avanti più che altro la loro eterna crociata per la legalizzazione della marijuana; nemmeno sul profilo Instagram di Snoop potrete trovare più stories che comprendono blunts e rollaggi vari, e in fondo va anche bene così.

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