• apr
    28
    2014

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Warner Music Group

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È strano come un artista con più di vent’anni di onorata carriera alle spalle, debba avere ancora bisogno di conferme per dimostrare la sua grandezza. Il caso di Damon Albarn è emblematico: nonostante il nome dei Blur sia ormai impresso nelle stelle del firmamento musicale, il Nostro è quasi sempre riuscito a far rimpiangere il suo immenso talento nei progetti laterali (supergruppi come Rocket Juice & The Moon), nei numerosi lavori nell’amato continente nero come il recente Africa Express o Mali Music, e anche nelle colonne sonore da opera, vedi Journey To The West. Lavori usati spesso e volentieri più come divertissement e valvole di sfogo di una creatività troppo spesso dispersa, di cui francamente ci eravamo anche un po’ stancati.

Proprio per questo il debutto da solista (se non consideriamo lo schizzo di bozze di Democrazy) Everyday Robots – che in maniera paradossale era nato inizialmente come l’ennesimo supergruppo –  diventa la prova del nove, quella del “non ci sono più scuse” e tanto meno motivazioni che possano reggere un eventuale passo falso, una dimostrazione che Damon deve a se stesso, più che a noi. Co-prodotto con il boss di XL, Richard Russell, il disco, a detta dello stesso autore, è il più intimo dell’intera discografia. Premere il tasto play ti fa salire su un autobus che ti porta in viaggio nelle tappe più importanti della vita di Albarn: quell’adolescenza passata a Leytonstone con il brusco trasferimento 60 km più in là, in quella Colchester senza amicizie e dei “3 pub e 18 case”, passando per le sbronze del Britpop e la dipendenza dalla droga. Un percorso in cui il delicato folk-soul – dimensione in cui Damon si trova più a suo agio, basta ascoltare i lavori Blur post 1997 – di cui è pervasa l’intera opera ti prende con forza ma senza strattonarti, raccontando, come recita il titolo, i rapporti umani all’interno dei processi della tecnologia moderna, non senza una vena polemica e soprattutto mettendo da parte l’anima più pop del musicista. La title track, primo singolo pubblicato, è un riassunto dell’Albarn modus operandi: un sample del comico Lord Buckley fa da apripista a ficcanti archi su un tappeto oscuro che ricorda i tempi di Think Tank, scandito da un leggero pianoforte in cui atmosfere Gorillaz e etniche accompagnano un testo che recita “We’re everyday robots in control, in the process of being sold”. Lonely Press Play, il cui videoclip è stato girato dallo stesso artista durante il recente tour con i Blur, mantiene le stesse caratteristiche etno-africane nelle percussioni, con la voce al top di Damon Albarn che sovrasta l’elegante e mai invadente pianoforte, quasi si trattasse della sorella minore di Under The Westway.

Come dichiarato dallo stesso protagonista, nel corso degli anni è venuto a mancare il “vizio” di nascondere messaggi dietro i testi, a favore di una spontaneità più accentuata: in You And Me il riferimento alla dipendenza da eroina, nel periodo successivo alla fama del Britpop e per ammissione quello artisticamente più fecondo, viene esplicato con una frase che non lascia certo spazio a dubbi, ovvero “carta stagnola e accendino, la nave va da una parte all’altra”. L’immersione nella malinconia dei ricordi è totale, e in Mr Tembo c’è anche quel Leytonstone City Mission Choir che Albarn restava ad ascoltare estasiato (“mi sfiorava l’anima”) davanti alla chiesa ogni domenica mattina durante le numerose scorrazzate in bicicletta: il pezzo è una dolce dedica al piccolo Tembo, un cucciolo di elefante cresciuto in Tanzania da un uomo particolarmente religioso e innamorato della canzone corale, con orecchiabilissimo motivo gospel accompagnato dallo scanzonato ukulele, per l’ennesimo tributo all’Africa. The History Of Cheating Art è pura classe con le raffinate pennellate su chitarra acustica in cui ci sembra di vedere il musicista bambino appoggiato a quell’albero nel bosco, utilizzato come in principio come luogo di “fuga” e successivamente diventato immagine di terrore: da piccolo Albarn era solito nascondere oggetti particolari alle radici della stessa pianta, fino a quando un giorno non trova, proprio attorno a quell’albero, l’immagine di un pentacolo (“Fu un’immagine scioccante, e tuttora non capisco del tutto cosa significasse. Quell’emozione è come sparpagliata all’interno del disco“).

La malinconica e ricercata Hostiles si mantiene stretta a quel folk pastorale in zona Dr Dee, mentre Hollow Ponds (a detta di Damon, il “momento catalizzatore” del disco) racconta la famosa Londra del 1976, che visse l’estate e la siccità più grande che i britannici ricordino, quando molti ragazzi si rifugiavano dall’afa correndo in campagna per rinfrescarsi alla rive del lago: due classiche ballad che risultano tra gli episodi eleganti del lotto. C’è anche spazio per le collaborazioni eccellenti: se la presenza di Bat For Lashes in The Selfish Giant è quasi impercettibile, con il timido canto nel ritornello di Natasha Khan appena udibile in sottofondo, Brian Eno, già collaboratore di Albarn in Africa Express, è protagonista nell’episodio migliore del disco nonché traccia finale: Heavy Seas Of Love è trainata da un epico coro spiritual e un singalong difficilmente trascurabile, in cui i due artisti riescono a bilanciare il proprio ruolo senza oscurarsi a vicenda, miscelando un brano di notevole carica emozionale e mostrando l’alto livello di songwriting da sempre marchio di fabbrica: “When your soul isn’t right / And it’s raw to the night / It’s in your hands / When the traces of dark come to fade in the light / You’re in safe hands“.

Everyday Robots riesce a ripagare le lunghe attese senza strafare e senza lasciarci capolavori ma mantenendo una costanza qualitativa non indifferente. Il disco ci consegna un musicista che finalmente riesce a staccarsi da quell’immaginario eternamente incompiuto che troppo deve all’eredità dei Blur e alla perfetta amicizia/rivalità con la nemesi Graham Coxon, quello del “può e deve fare di più”, lasciando spazio ai ricordi e alle emozioni di una vita passata tra eccessi e solitudine, dimostrando di saper estrarre dal suo genio la carta vincente al momento opportuno, mettendosi a nudo come autore, ma soprattutto come persona: “Devo sempre afferrare gli istanti per conto mio e lavorare a nuove cose, è una strada solitaria e disciplinata. La melodia di base solitamente è qualcosa che sistemo per conto mio, non molto diverso da ciò che ho sempre fatto nella mia vita“.

27 Aprile 2014
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