Recensioni

Non è semplice definire questa prima e unica (per il momento) stagione di Watchmen, serie HBO ideata da Damon Lindelof e ipotetico sequel dell’omonima miniserie a fumetti firmata negli anni Ottanta da Alan Moore (storia) e Dave Gibbons (disegno). A una prima riflessione, che matura nel corso dei suoi nove episodi, si potrebbe dire con certezza solo quello che non è, ovvero un proseguimento narrativo ed estetico della trasposizione cinematografica del 2009. Ancora più rispettoso degli eccessi ultrapop di Zack Snyder, che comunque non era riuscito ad evitare un finale di più libera interpretazione, Lindelof ha trovato una brillante chiave di lettura del testo di partenza per andare oltre senza trascurarne le più piccole suggestioni; chi conosce bene il fumetto non si sarà sorpreso nel vedere quanta importanza hanno l’edicolante bisbetico, i riferimenti velati ai Racconti del Vascello Nero o la nascita leggendaria dei Minutemen. Così, pur portando avanti la storia principale dopo quella fine “che tale non sarebbe rimasta a lungo” (come aveva detto lo übermensch Dr. Manhattan al tracotante Adrian Veidt/aka Ozymandias), è riuscito a trovare il giusto spazio e le giuste tempistiche per tradurre in immagini anche alcune parti del capolavoro di Moore e Gibbons come se, contemporaneamente alla sua natura di sequel, la serie fosse in effetti anche una sua prima trasposizione in termini di fedeltà. Ma Lindelof non si è voluto fermare a questo, a riconferma della sua apprezzata ossessione nello stravolgere la linearità di un racconto e spingerlo oltre la sua apparenza (ricordiamoci che è stato uno degli ideatori di Lost). Simile negli intenti al primo Star Trek diretto da J. J. Abrams (di cui Lindelof è lo sceneggiatore principale), Watchmen è anche un prequel del testo di partenza e questa caratteristica lo immette necessariamente sui binari dello spin-off se non, dopo le tante rivelazioni che si susseguono fino all’ultimo episodio, un vero e proprio reboot.

In una contemporaneità cinematografica (e televisiva) che arranca nel riproporre acriticamente i modelli del passato, è solo da ammirare lo straordinario equilibrio con cui lo showrunner ha unito un profondo rispetto per l’opera originale con una personale idea di un suo futuro/nostro presente alternativo (e di un inedito doppio passato, prima e durante gli eventi del fumetto) in linea con le distorsioni storiche, filosofiche, ideologiche e psicologiche create dalla penna di Moore. Sul piano visivo fa piacere ritrovare le invenzioni di Gibbons, come il costume “egiziano” di Ozymandias e la struttura orrorifica del calamaro extra-dimensionale (Episodio Cinque), mentre su quello narrativo, grazie alla sua nota abilità nel tessere trame labirintiche che non lasciano nulla al caso, Lindelof è riuscito a fare luce negli angoli bui dell’universo di Watchmen trovando una spiegazione anche a quello che era stato lasciato (volutamente) in sospeso. Per esempio è geniale la ricostruzione di un’ipotetica Saigon anni Novanta (Episodio Sette) che, a seguito del decisivo e vittorioso intervento di Dr. Manhattan nella Guerra del Vietnam, è stata trasformata in una vasta metropoli “americanizzata” (e quindi persa nelle logiche del consumismo più sfrenato); così come è interessante vedere i traumi e le paranoie di chi è sopravvissuto al genocidio di New York (fine anni Ottanta), evento tragico a cui Steven Spielberg ha dedicato un film in b/n intitolato Pale Horse e con una protagonista vestita di un cappotto rosso (un Episodio 5 interamente focalizzato sulla “genesi” dello strano Wade Tillman/aka Specchio interpretato da Tim Blake Nelson).

Se il forte nichilismo del fumetto puntava a essere una critica al machismo culturale veicolato dalla presidenza di Ronald Reagan, il quale viene cancellato dalla Storia e sostituito da una totalitaria terza ri-elezione di Richard Nixon, oggi la serie si sviluppa come un attacco all’eterno-ritorno dei suprematisti bianchi, spinti (in)direttamente dalla (finta) cecità e assenza di una politica che non agisce in merito (in questo è perfetto l’ambiguo sorriso del Senatore Keene di James Wolk). A tale scopo, attraverso una serie di flashback e plot-twist che circondano la trama del fumetto, Lindelof mette in scena le azioni terroristiche dell’ottocentesco Klu Klux Klan in due diverse e fittizie evoluzioni: Il Ciclope, che ha agito nel periodo tra le due Guerre Mondiali, e il Settimo Reggimento, un’evoluzione “odierna” generata dalla diffusione dei pericolosi e rivelatori diari del giustiziere solitario Walter Kovacs/aka Rorschach (come si poteva immaginare dal finale aperto della storia di Moore). In questo modo, sebbene si possa considerare una piccola luce in fondo al tunnel l’ironica presidenza democratica di Robert Redford, gli Stati Uniti (e, per sineddoche, il mondo intero) sembrano essere destinati a compiere gli stessi errori per colpa della natura umana stessa, così imperfetta e inguaribile. E mentre Veidt non riesce ad accettare tale condizione, lui che per amor di patria e di pace è diventato il più grande assassino della Storia con la creazione del calamaro extraterrestre (indimenticabile l’interpretazione di Jeremy Irons), lo sfiduciato e distaccato Dr. Manhattan ha scelto di rifugiarsi su un altro pianeta per creare ex novo una vita che sia più vicina possibile alla perfezione, cercando così di sostituirsi ad una vera divinità (di fatto senza riuscirci, dato che non può esistere l’uomo senza lati oscuri).

Al centro di questo nostro moto continuo verso il conflitto e l’autodistruzione si trova la storia familiare di Angela Abar/aka Sorella Notte (una straordinaria Regina King), nel cui sangue si nascondono le cause per cui sono nati e devono continuare ad esistere i vigilanti mascherati («l’eredità non è nella terra, ma nel sangue», Episodio Quattro). Così come il razzismo del KKK riesce a diffondersi in maniera “generazionale” e la tracotanza di Veidt è defluita negli ideali folli di Lady Trieu (la plurimiliardaria interpretata da Hong Chau), si insinua nel testamento genetico degli (anti)eroi la consapevolezza che in un mondo dai minuti contati «non si ottiene giustizia con un distintivo ma con una maschera»; neppure l’arrendevole cinismo del detective dell’FBI Laurie Blake/aka Spettro di Seta II (una spigolosa e divertente Jean Smart) potrà oscurare questa verità ed è una cosa che dovrebbe sapere essendo figlia del controverso Edward Blake/aka il Comico. Perciò l’episodio più importante è senz’altro il Sesto, dove la brillante scrittura di Lindelof si fonde alla superba colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross e alle intuizioni registiche di Stephen Williams (che rimane in linea con le indicazioni di Nicole Kassel, la regista principale della serie). Facendo collassare il Tempo all’interno della mente di Angela, che ha ingerito i Nostalgia (farmaci che contengono ricordi) del nonno paterno per scoprirne il passato, una serie di piano-sequenza riesce a far coesistere nello stesso spazio la maggior parte delle linee temporali mostrate fino a quel momento (che riassumono quasi tutto il Novecento), in un flusso mnemonico che si aggrappa al fumetto di Moore e Gibbons per lanciarsi verso un originale retroscena di rara bellezza (la vera identità di Giustizia Mascherata, il primo vigilante della storia americana).

E dopo una risoluzione che ha l’aspetto di una conclusione definitiva dell’intero ciclo narrativo, in uno spettacolare finale di stagione che chiama all’appello personaggi vecchi e nuovi, Damon Lindelof dona alla sala cinematografica (e non alla televisione) il compito di proteggere le generazioni future dalle insidie del mondo esterno, insegnando attraverso la finzione quali siano i motivi per cui bisogna continuare a credere nell’essere umano nonostante i molteplici “errori di sistema” (come accennava l’apertura dell’episodio pilota, già analizzato in precedenza). È qui che, in seguito a un tortuoso percorso di non facile lettura e comprensione, emerge il significato più grande e ottimistico di questo splendido e originalissimo sequel di Watchmen (che di ottimismo ne era sprovvisto): per quanto possa essere considerata imperfetta o incline allo sbaglio e alla brutalità, la natura umana prevede nel suo codice genetico un sistema di autodifesa (o potremmo dire una “maschera”) da tramandare di generazione in generazione, utile per arginare i pericoli delle sue stesse inclinazioni ed evitare il veloce incedere di un biologico conto alla rovescia.

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