• Mag
    04
    2018

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Rough Trade

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L’avevamo lasciato a debuttare con gli Yuck nel 2011, con la sua chitarra al servizio di un pastiche fuzz-Nineties di grande qualità. Ma Daniel Blumberg è un uomo irrequieto, come dimostra l’essere arrivato a quell’esperienza dopo una serie di altre militanze che si sono interrotte dopo un disco: Cajun Dance Party, Hebronix, Oupa e chissà cosa ci siamo persi per strada. A fargli dire che oggi si «rassegna al fatto di essere davvero un musicista» ha sicuramente contribuito la residency in un locale mitico dell’improvvisazione come il Café Oto di Dalston, di cui rimane testimonianza in un live registrato il 28 febbraio di quest’anno in compagnia di Ute Kanngiesser (violoncello), Tom Wheatley (contrabbasso) e Billy Steiger (violino).

A ventotto anni Daniel Blumberg debutta con un progetto a nome suo accompagnato dai tre musicisti del live, più il contributo di altri ospiti. Alcuni dei brani sono già stati anticipati dal live, ma Minus è stato registrato nella campagna gallese, in quelle che immaginiamo lunghe e libere session. L’impressione è quella di un artista dall’attitudine praticamente jazz, che dà una direzione a una formazione variabile, ma alla quale viene chiesto di dare un contributo scavando dentro le idee del band-leader. Nascono così i 12 minuti di Madder, con i lenti e ipnotici accordi di pianoforte “disturbati” da un brusio di fondo che improvvisamente esplode in accessi che sembrano fare da muraglia attorno alla struttura da ballad decadente. Sparse nei sette brani che compongono il disco emergono influenze diverse: il country (come in Stacked), i Velvet Underground sullo sfondo (ma forse più come idea), una certa monomaniacalità tipica del Nick Cave berlinese e più maudit, ma anche l’esperienza del jazz più urbano, qualcosa che ricorda l’esperienza in bianco e nero di Melanie de Biasio in Blackened Cities.

C’è un equilibrio difficile da spiegare, e che va cercato più nelle intenzioni di Blumberg, che nella loro effettiva resa. Sembra che in questa dimensione liquida, in cui può inseguire solamente i propri fantasmi, Blumberg abbia definitivamente trovato un equilibrio formale e sostanziale invidiabile. E pare pure molto sincero, in testi che appaiono come ritagli di personali moleskine: «I’ve been away for a year / Doing all my drinking and all my drugs», due versi della title track che rimandano indirettamente a un musicista che gli somiglia molto, Mark Linkous. Un disco dell’anima, a tratti una seduta di psicanalisi, a momenti una dolente trance alcolica, che si offre come un cuore pulsante e sanguinante.

7 Maggio 2018
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