• Set
    30
    2013

Album
Old

Fool’s Gold

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A settembre Danny Brown aveva avvisato i propri rivali col singolo-anteprima Dip, “Don’t Let My Enter My Zone”, ma ormai era in realtà troppo tardi: si capiva già dai primi dieci secondi che ci era entrato eccome. Se per sua maestà Kanye West raggiungere la propria dimensione ha significato ritirarsi in uno spazio totalmente alieno in cui nessuno può più stanarlo, ascoltatori compresi, purtroppo, per il rapper di Detroit vuol dire semplicemente tornare al massimo con il rap super-energetico che ama, 19 canzoni che pestano talmente duro da lasciarci più impotenti dei paparazzi di fronte a Mike Tyson. Del resto siamo di fronte a un personaggio frutto di un’alchimia rara. Non è solo un perfetto esempio di quei weirdo del rap che piacciono ai lettori di Pitchfork, ma ne è probabilmente l’unico rappresentante il cui discorso non si riduca a essere un semplice hipster wanna-be Ghostface ma diventi anche una ferma volontà di affrontare le cose in maniera radicalmente personale, sempre però con grande sincerità. Del resto, Danny Brown non è proprio l’ultimo arrivato, potendo vantare una gavetta tutta vissuta nel rap più underground e collaborazioni con i migliori artisti del rap indie come Apollo Brown e i Black Milk.

Con queste premesse l’uscita di Old non poteva che essere più attesa di quella dell’iPhone 5, con la differenza che Danny Brown non ci fa rimpiangere XXX. Semmai riesce a ripartire dalla stessa visione anfetaminica e schizoide – e difatti gran parte della produzione è affidata ancora una volta a SKYWLKR e Paul White – per arricchirla e adattarla meglio alla poliedricità del suo personaggio, concedendosi anche qualche sfizio, come una collaborazione con la band indie Purity Ring e ben tre tracce prodotte da un nome hot come Rustie, una scelta talmente azzeccata che viene da chiedersi perché non ci avessimo pensato prima. Non che centrare il bis fosse facile, vista la situazione paradossale in cui si trova il rapper dopo XXX: il più underground dei rapper mainstream, ma anche il più mainstream di quelli underground, vivendo quindi la doppia pressione di replicare il successo di pubblico senza cedere di un millimetro nel proporre un rap di largo consumo ma per nulla facile da digerire.

Old deve la propria visione globale proprio a questo momento. Prendendo spunto dai vecchi vinili, il disco è diviso in un lato A e un lato B, in cui trovano posto, rispettivamente, il vecchio Danny hardcore con le sue storie di povertà e disagio in una Detroit brutale, e il rapper da festival che ha conquistato il mondo a suon di anthems anfetaminici e punchline divertenti.

Ad aprire il lato A, che più rappresenta la natura poliedrica del ciuffo più famoso di Detroit, pensa The Return, con quella vecchia mitraglia di Freddie Gibbs che non ha paura neppure di sfidare gli Outkast parodiando Return of the ‘G’; una roba che se riuscisse a replicarla nei propri dischi avrebbe finalmente il posto da king che si merita. A sua volta, lascia il posto all’elettronica sospesa e sognante di 25 Bucks – i Purity Ring sono ai controlli – per una canzone dai toni Clams Casino, ma probabilmente neppure Lil B potrebbe infastidire Brown che suona ancora, semplicemente, eccellente. Non mancano neppure brani dal piglio più vintage e boom bap, come la bella Torture, dove il Nostro può mostrare le sue skills da rapper acquisite in una gioventù spesa nelle battles.

Il lato B è ovviamente quello più d’impatto e Side B (Dope Song) mette subito le cose in chiaro: non aspettatevi prigionieri, perché quando si tratta di rap impazzito sopra EDM da rave, Danny Brown non ha alcun limite. E difatti arrivano quasi subito la doppietta delle meraviglie Dip e Smokin’ & Drinkin’: i tempi dilatati del lato A sono andati e l’elettronica acida e l’ecstasy hanno preso il sopravvento, ma nessuno si lamenterà perché è impossibile non dimenarsi come scimmie in un laboratorio dove testano nuove droghe sintetiche . A sorpresa, invece, una chiusura rilassante, dopo tanto baccano, con l’elettronica eterea di Kush Coma e Float on; la botta è scesa e rimane solo un senso di pace e voglia di tornare a casa.

Old, un perfetto esempio della capacità di Danny, superiore anche a quella di Jay-Z, di adattarsi agli stili più svariati con un flow sempre d’impatto, e quindi della capacità di far convivere il Danny più hype con il rapper di sostanza, un aspetto che, al di là di tutto, speriamo sia qui per rimanere. Se la fine di Breaking Bad vi ha lasciato senza il vostro spacciatore di anfetamine preferito, adesso ne avete un altro con cui passare le giornate, con un taglio di capelli altrettanto brutto, per di più.

7 Ottobre 2013
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