Rustie (UK)

Biografia

Attivo dal 2007 e, fin dagli esordi, autore di un preciso incastro melodico ritmico, Russell Whyte, in arte Rustie, è uno dei principali protagonisti di una colorata elettronica laptop based che sa far ballare l’intellighenzia wonky / hip hop quanto catturare l’attenzione dei dreamer da cameretta cresciuti a videogiochi, retromania e sovraesposizione mediatica. Il suo approccio, che Simon Reynolds ha ricondotto, tra le altre cose, al calderone massimalista che ha contraddistinto molte produzioni elettroniche a cavallo tra noughties e primi anni ’10, è pop come hip hop, melodico ed emotivo, senza rinunciare alla padronanza dei ritmi di estrazione britannica (i continuum, la dubstep, il bass sound, la narrativa grime) ma anche americana (la scena di Los Angels capitanata da Flying Lotus e, indietro, il southern hip hop e la miami bass).

Whyte inizia a produrre e dilettarsi nel fare il dj all’età di 15 anni, prima ancora era un indie kid innamorato dei My Bloody Valentine e dei compaesani Mogwai. Dunque, prima di Fruity Loops, c’è stata una chitarra e il sogno da rock band, anche perché la famiglia, come afferma lui stesso a Dummy, è da sempre dentro la musica; il padre era un chitarrista e la madre una grande appassionata e collezionista di prog e fusion, generi quest’ultimi che influenzeranno direttamente alcune produzioni future (“Amo la Mahavishnu Orchestra e la fusion, e il prog in generale. John McLaughlin, i King Crimson di Robert Fripp e i Soft Machine di Allan Holdsworth sono tra i miei chitarristi preferiti – quest’ultimo è anche il preferito di Eddie Van Halen – La band preferita di mia madre sono gli Yes, e sono un grande fan anche di loro” ha dichiarato a Fact nel 2010).

La prima produzione ufficiale di Rustie risale al 2007 e s’intitola Jagz The Smack. La traccia omonima è una take tech-step con un alito sci fi sullo sfondo, il resto si muove tra hip hop, glitch, grime e electro, tracce a cui Rustie affibbia la tag aquacrunk (anche semplicemente crunk) e che vengono accolte tra gli addetti ai lavori con un autentico boato. Modeselektor, Plastician, Anthony “Shake” Shakir, Flying Lotus e Alex Smoke vanno letteralmente in visibilio per questo 12” prodotto in sole 400 copie. Su Bookmat lo fotografano come “un perfetto mix tra gli strumentali di Dabrye e Flying Lotus, gli sviluppi bass della dubstep e le furbate ritmiche dei Modeselektor” e c’è da dar loro ragione.

Numbers, che all’epoca è una club night di Glasgow che si occupa anche di mix (e non ancora label), inizia da subito a dare eco al nuovo fenomeno. E sulla coda di quest’entusiasmo, alla fine del 2007, esce un mix per Andrew Meza su BTS Radio che, oltre a editi di Dabrye, J Dilla e Flying Lotus, Jay Z, Usher e Snoop Dogg, contiene anche inediti e remix dello spirito affine Hudson Mohawke e dello stesso Rustie.

Nel 2008, Rustie e HudMo sono già oggetto di un discreto hype anche al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori. Martin Clark (Blackdown della Keysound) scrive un articolo su Pitchfork dove li elogia e inserisce all’interno del microcosmo wonky, una nuova/vecchia etichetta che cerca di riassumere un trasversale movimento di producer al di qua come al di la dell’Atlantico. Nel frattempo, il ragazzo ha prodotto l’ottimo remix per Zomby (Spliff Dub), quello per Rod Lee (Let Me See What U Workin’ With) – entrambi con tocchi trap – e soprattutto quello per i Modeselektor – la cui The Black Block riceve un trattamento acquacrunk – e ancora il Jamie Lidell di Another Day vestita di purple sound. Il tutto con un occhio ben attento a ciò che si muove in ambito allargato wonky. Sempre dello stesso anno è l’entrata nel giro LuckyMe, etichetta di base sempre in città che inaugura il catalogo proprio con un 12” dell’amico (HudMo ‎– Ooops), e la prima collaborazione con il bristoliano Joker, autore di un personale sound, il citato purple sound appunto (o purple wow), un altro ragazzo con il quale Russell condivide la passione per l’hip hop, i trucchetti da overload di 8bit, e la melodia ai sintetizzatori, oltre che per il funk e la soul music degli 80s. Sull’etichetta di quest’ultimo esce il 12” Play Doe / Tempered, due tracce sospese tra i debiti all’electro funk degli ’80s del primo e l’acqua (nel senso proprio di rubinetto che gocciola) crunk del secondo, che condisce con guizzanti bassoni grime. A completamento dell’annata: un 12” sull’etichetta di Jackmaster Wireblock (Zig Zag), per la quale è stato co-prodotto anche l’esordio di HudMo, e una collaborazione con il duo 215 The Freshest Kids formato dai rapper Buddy Leezle e Cerebral Vortex, prime tracce che vedono la presenza di vocalist nella sua discografia (Cafe De Phresh).

Il 2009 è l’anno del wonky ma anche un periodo di transizione per un vasto schieramento di produttori che gravitano attorno al mondo dubstep. Il glaswegiano firma per Warp (etichetta alla quale consegna, per una compilation, la traccia Inside Pikachu’s Cunt pubblicata in origine sul suo My Space), sforna in free download un ottimo re-fix della r’n’b starlette Keyshia Cole (Shoulda Let You Go) e inizia a preparare le tracce per l’esordio. Quell’anno esce soltanto Bad Science, un 12” con 3 sincopati inediti dal taglio hip hop, tastieroni saturi e cascate d’effettistica 8bit. Si chiamano Tar, Bad Science e Shadow Enter e in quest’ultima è evidente il tocco (simulato) della drum machine Roland 808, un portato di lungo corso dell’analogica del ghetto tipica del trap rap, del sounthern rap e ancor prima della Miami Bass. Lex Luger, giusto qualche mese dopo, ne innescherà una rinascita – tutta plugin laptop e bassi – attraverso la produzione del Flockaveli di Waka Flocka Flame a cui seguiranno decine di altre produzioni. Qualcuno le criticherà come parodie del trap stesso, ma questi espedienti produttivi sono il perfetto combustibile per l’affamato dancefloor EDM.

Sunburst EP, pubblicato nel 2010, segna l’ingresso ufficiale del producer nel roster Warp, una svolta non solo contrattuale per Rustie. Rispetto al materiale uscito precedentemente, l’accento si sposta sull’assolo e la melodia. Bucano il mix possenti tastiere (o pseudo tali) dall’appeal rock/fusion o fatte di nervoso minimalismo che, passate sotto divertite spoglie videogioco, si ricollegano direttamente agli ascolti prog fatti durante l’adolescenza in famiglia, un aspetto questo che caratterizzerà la cifra stilistica del Nostro presso gli appassionati d’elettronica della storica label, da anni ormai spostata su un asse di contaminazioni a 360°. Eppure brani come Neko o Beast Night, con i riff da guitar hero in dialogo fusion, oppure l’ancor più maschio singolo Dragonfly con il suo farfuglio di note grezze, non perdono il contatto con i sincopati, le vocine in elio e gli altri trucchi produttivi del sempre più osannato giro di LuckyMe, Numbers e, dall’altra parte dell’Atlantico, Brainfeeder, l’etichetta di Flying Louts, pure lui, come Hudson Mohawke, accasati su Warp da qualche anno.

Quelle di Sunburst sono le prove generali per l’esordio lungo, un lavoro che, dopo un faticoso botta e risposta con Warp (che valuta e rispedisce più volte indietro il materiale con consigli e ammonizioni) arriva finalmente nei negozi nel 2011. Alla sua uscita, Glass Swords viene paragonato a Discovery dei Daft Punk e, di fatto, i paralleli con certi aspetti e approccio dei due parigini – elettrock, pop, assoli, 80s, disco, l’uso del vocoder, cultura cartoon – sono fattibili come è indubbio che la scrittura di Rustie, da queste parti, abbia raggiunto un nuovo livello di padronanza e qualità. Fermo restanto tutto ciò che finora il producer ha portato avanti, troviamo nella tracklist una maturata sensibilità pop e padronanza nel trattare la materia della fine degli anni ’70 e il principio degli ’80. Paragonato a un altro disco massimalista e citazionista come il Cosmogramma di Flying Lotus, Glass Swords finisce in molte classifiche di fine anno e per Simon Reynolds è uno dei migliori esempi di musica fatta al laptop onnivora, colorata e luccicante, tipica di una generazione digitale e internettara agli antipodi con il minimalismo e l’oscurità di techno, dubstep e di molta elettronica da ballo. Nel disco, non manca un dialogo con il nascente fermento trap che sta divampando negli USA, con una City Star in grado d’unire l’ardkore britannico con la possanza del ghetto americano. Un episodio isolato all’interno di un album che è già un instant classic degli anni ’10.

Nel 2012, a partire dalla primavera, la nuova trap innescata da Luger divampa e sia Rustie che HudMo passano il producer americano nei loro dj set. Rustie, che da sempre omaggia l’estetica del southern rap, e qualche mese prima aveva remixato a suo modo la Brand New di Gucci Mane senza rincorrere ai popolari trucchi produttivi, viene additato come propulsore della scena. E i motivi ci sono tutti: le intuizioni del brano City Star, riproposto nell’essential mix pubblicato ad aprile per la BBC assieme a cruciali dubplate come Harlem Shake di Baauer e Goooo di TNGHT, sono i collanti autoriali di un fenomeno che, a partire da giugno, viene assorbito da grossi potentati come Mad Decent e oggetto di survey da parte del giro AEI media (All Trap Music).

L’annata è comunque trascorsa in giro per il mondo a suonare, su modello del citato mix, prevalentemente proprie produzioni e l’esordio Glass Swords. Niente live, solo missato. A livello produttivo non molte uscite: una nuova versione di Surph (storpiatura di surf, traccia dal retrogusto daftpunkiano contenuta nell’album) con il feat. della fidanzata Nightwave, l’inedito After The Light con il feat. di Aluna George e un altro paio di remix sempre di brani cantati, Love in Motion di SebastiAn feat. Mayer Hawthorne e Lose Yourself (Rustie Remix) di Surkin con feat. di Ann Saunderson. E grosso modo va così anche nel 2013 dove, oltre al remix della Trouble on My Mind di Pusha T con il feat. di Tyler, The Creator, e due produzioni commissionate da Danny Brown per l’album Old, di Rustie esce comunque un ottimo singolo per Numbers con Triadzz / Slasherr, due nuovi brani che sembrano ricondurre l’ondata EDM trap nell’alveo rave britannico.

Arriviamo al 2014 ed è tempo di un nuovo album composto interamente a Glasgow – dove il Nostro è tornato ad abitare dopo una costosa, a suo dire, parentesi a Londra – e senza impedimenti da parte di Warp. Il lavoro arriva a fine agosto dopo un remix di un pezzo footwork di Machinedrum (Back Seat Ho), genere che Rustie ama e privatamente compone, come ci rivela lui stesso in un’intervista telefonica. Green Language viene presentato come un lavoro molto più personale del precedente, e di fatto al massimalismo dell’esordio, soprattutto negli strumentali, subrentra un approccio più disteso e trasognato, e persino minimalista. In Paradise Stone sembra di sentire i Tortoise innamorati di Steve Reich e anche il brano omonimo ricorda certa folkronica onirica. Nel nuovo album però, oltre alla take daftpunkiana Velcro, dove tornano gli assoli chitarristici, sono i 4 brani cantati, posti al centro della scaletta, a rappresentarne il cuore ritmico. Gli ospiti sono perlopiù rapper, il duo Gorgeous Children, Danny Brown e D Double E (quest’ultimo, molto simile a Brown, è un rapper conosciuto ai tempi di MySpace), ma non mancano i feat. in area r’n’b con Redinho e un’altra ospite non accreditata (Dream On), tutta gente con la quale, come di consueto, Rustie ha scambiato mail e file. L’unica novità tecnica, ci racconta Whyte, si riassume nell’utilizzo di alcuni – invisibili – field recording che conferiscono alla tracklist un profumo bucolico e campestre, ma anche nuovi strati in saturazione. Green Language non avrà lo stesso eco e peso di Glass Swords, ma fotografa un producer con il dono della comunicatività emotiva, e senz’altro il brano con il feat. di Danny Brown finisce in antologia.

A marzo 2015, per inaugurare il tour che porterà il disco in giro per il mondo accompagnato dai 3d visual curati da A-Rock, il producer condivide un mini mix della durata di una ventina di minuti, mentre a luglio viene pubblicato il primo inedito dell’anno dal titolo Big Catzz, traccia che, assieme a Peace Upzzz e First Mysthz, costituisce l’anteprima di un nuovo album. Il disco viene annunciato a sorpresa via Twitter il 4 novembre 2015, con pubblicazione il giorno successivo, sempre via Warp. Nel frattempo Rustie ha condiviso 160 Hospital Riddim, una traccia condivisa gratuitamente via Soundcloud registrata direttamente dal letto d’ospedale dove è stato ricoverato d’urgenza per un trattamento legato al diabete.

EVENIFUDONTBELIEVE, questo il titolo, è un concentrato emozionale e proteico del solo Whyte, che per l’occasione torna ad imbracciare la chitarra appesa al chiodo ai tempi dell’adolescenza e suona altri strumenti in brani che presenteranno l’ironica etichetta feat. by Rustie. Contrariamente a Green Language, che ha diviso la critica e lasciato insoddisfatto anche lo stesso producer, l’album torna alla giocosa energia dell’esordio escludendo ogni partecipazione (o interferenza) esterna e concentrandosi in 15 brevi strumentali che condensano un tocco compositivo fatto di assoli prog e 80s telefilm, happy hardcore, hook videoludici, gocce r’n’b, secco drumming HH e tanto synth sound distorto e sparato a tutto volume.

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