Recensioni

7.1

C’è qualcosa in Dargen D’Amico che dà sempre la costante impressione di trovarsi spesso di fronte a un vero e proprio attore. Un attore di quelli intelligenti, che ti prendono in giro senza che tu te ne accorga, e che lo fanno per aiutarti a riflettere. O forse niente di tutto ciò, magari il Nostro dice esattamente quello che vuole ma nessuno lo capisce. Probabilmente la colpa è di quelli che cercano sempre messaggi nascosti ovunque, messaggi che a volte sembra di trovare e a volte no, anche se in fondo, forse, non esistono e basta. Tutto un forse. Date un occhio alla pubblicazione sui social della copertina di D’iO: chi grida allo scandalo, chi alla blasfemia, chi si compiace di cotanto politically incorrect e grida al genio, o chi, semplicemente, se ne frega. Poi Dargen dà la sua spiegazione, più semplice del previsto, e sembra finire lì. Siete liberi di crederci oppure no, la verità la sa solo lui.

D’iO, con l’ennesimo titolo a più livelli di lettura, spostando o eliminando l’apostrofo (probabilmente un gioco di parole che si aggiancia ai due dischi D’? (2010)) fate voi, segna un solco profondo. Un disco di riflessione, in cui viene preso ciò che di più importante vi è nei dischi precedenti, per rimescolarlo con nuova consapevolezza. Jacopo ha anche provato, come Mecna, a cercare ispirazione nel gelo del Nord Europa, ma se il primo ha trovato in una casa sul lago vicino a Oslo la quadratura del cerchio del suo Laska, non si può dire lo stesso di Dargen, tornato dalla Norvegia con un pugno di mosche in mano, senza neanche un testo scritto sul taccuino ma appagato nei sensi.

É ancora nella sua Milano che prende forma D’IO, frullato che narra problemi generazionali (La Mia Generazione) senza elevarsi a Messia dei suoi anni, con leggerezza ma non per questo senza incisività: «abbiamo lavori che durano un weekend», «non accettiamo le nostre forme fino alla chirurgia plastica delle ombre, ma tolleriamo le bombe/con accanto l’incubo di un mutuo a tasso fisso, ballando, sognando di diventare ministro». Parla, appunto, dei pregi e difetti della sua adorata città – Amo Milano, che cita Set Adrift On Memory Bliss dei P.M. Down – ma anche dei lati oscuri della provincia (Lunedì Chiuso).

Su beat e armonie D’Io non aggiunge nulla in particolare alla discografia, è più che altro un ludico riassunto, dunque synth sgangherati, vocoder (La Mia Donna Dice), smalti Daft Punk in cassa house (la bellissima La Lobby Dei Semafori), filtri r’n’b (Crassi), spunti dance noughties e traccianti old school (Amico Immaginario), con tanto di aiuto di due giovani promesse, Lorenzo e Alessio Buso. I testi, anche quelli, sono sempre sul pezzo, corrosivi e taglienti il giusto («in classe ognuno aveva l’amichetto sacrosanto, per non sentirmi solo io mi immaginai il mio»  in Amico Immaginario) ma anche capaci di una certa profondità («e sono pieno di buoni amici ma non miei, se mi baci e mi accoltelli è tutto ok/pollice su perché siamo solo di passaggio, la morte è la vita vera il sogno ne è un assaggio» (Modigliani)).

Nulla di nuovo dunque, ma un album che ci mettiamo la mano sul fuoco, fa da spartiacque per Dargen, che probabilmente al prossimo passo ci farà vedere qualcosa di nuovo. D’iO non fa altro che confermare la versatilità di questo rapper (pardon), che in punta di piedi si allontana da quella “scena” che, parole sue, esploderà a breve facendo tabula rasa. Se i vecchi compagni di band gridano Non siamo più quelli di Mi Fist, Dargen D’Amico sa bene di essere sempre lui. In mille diversi modi.

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