• feb
    03
    2015

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Universal

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C’è qualcosa in Dargen D’Amico che dà l’impressione di trovarsi spesso di fronte a un vero attore. Un attore di quelli intelligenti, che ti prendono in giro senza che tu te ne accorga, e che lo fanno per aiutarti a riflettere. O forse niente di tutto ciò, magari il Nostro dice esattamente quello che vuole ma nessuno lo capisce. Probabilmente la colpa è di quelli che cercano sempre messaggi nascosti ovunque, messaggi che a volte sembra di trovare e a volte no, anche se in fondo forse non esistono. Tutto un forse. Prova evidente è la pubblicazione sui canali social della copertina di D’iO: chi grida allo scandalo, chi alla blasfemia, chi si compiace di cotanto politically incorrect e grida al genio, o chi semplicemente se ne frega. Poi Dargen decide di dare la sua spiegazione, più semplice del previsto, e sembra finire lì. Siete liberi di crederci oppure no, la verità la sa solo lui.

D’iO, con l’ennesimo titolo che può essere letto in vari modi, spostando o eliminando l’apostrofo (probabilmente un gioco di parole che si aggiancia ai due dischi D’? (2010)), segna una linea profonda all’interno della carriera del Nostro. Un disco di riflessione, in cui viene preso ciò che di più importante vi è nei dischi precedenti, per rimescolarlo con una consapevolezza maggiore e quanto mai evidente. Jacopo ha anche provato, come Mecna, a cercare ispirazione nel gelo del Nord Europa, ma se Corrado ha trovato in una casa sul lago vicino a Oslo la quadratura del cerchio del suo Laska, non si può dire lo stesso di Dargen, tornato dalla Norvegia con un pugno di mosche in mano. Da sempre è complicato chiamarlo “rapper”, almeno per l’immagine spesso stereotipata che si ha di quel determinato argomento. Ha un approccio decisamente più Pop rispetto ad altri colleghi, ma anche una vena cantautorale come pochi nell’ambiente. Il tutto condito da un’ironia, e una visione di ciò che lo circonda, ancor più lucida e devastante.

Tenta di raccontare i problemi generazionali (La Mia Generazione) ma senza elevarsi a Messia dei suoi anni, e lo fa in maniera leggera, lasciando comunque un’immagine quanto mai veritiera «abbiamo lavori che durano un weekend», «non accettiamo le nostre forme fino alla chirurgia plastica delle ombre, ma tolleriamo le bombe/con accanto l’incubo di un mutuo a tasso fisso, ballando, sognando di diventare ministro». Parla della sua amata Milano – Amo Milano, che cita Set Adrift On Memory Bliss dei P.M. Down – attraverso i pregi e i tanti difetti che la rendono una metropoli, ma anche della provincia (Lunedì Chiuso), dove è difficile fare determinati passi per paura dei temuti giudizi della gente. Soprattutto se si tratta di fare l’artista.

A livello musicale D’Io non aggiunge molto alla discografia del Nostro, ma la riassume con fermezza, tra synth, vocoder (La Mia Donna Dice), smalti Daft Punk in cassa house (la bellissima La Lobby Dei Semafori), tematiche r’n’b (Crassi), spunti dance noughties e momenti più old school (Amico Immaginario). Nei crediti troviamo anche due giovani produttori semi-sconosciuti, Lorenzo e Alessio Buso. D’iO non è disco da mettere in macchina, serve un ascolto attento, i testi sono da riascoltare e rileggere più volte, per cogliere invettive più o meno velate alla religione e a certi religiosi – «in classe ognuno aveva l’amichetto sacrosanto, per non sentirmi solo io mi immaginai il mio» (Amico Immaginario) – o per fermarsi un attimo a pensare, con l’aiuto della metafora, sulla triste fine di certi artisti, ignorati da vivi e osannati da morti («e sono pieno di buoni amici ma non miei, se mi baci e mi accoltelli è tutto ok/pollice su perchè siamo solo di passaggio, la morte è la vita vera il sogno ne è un assaggio» (Modigliani)).

Un album spartiacque per Dargen, che probabilmente al prossimo passo ci farà vedere qualcosa di nuovo, ma che ha sentito fortemente la necessità di prendere quanto di buono fatto in precedenza per affrontare con più consapevolezza le pagine a seguire. D’iO conferma la versatilità di un rapper (pardon) a cui sta decisamente stretta una “scena” da cui si allontana pian piano e in punta di piedi, e per la quale ha predetto un’esplosione a cui (secondo lui) sopravvivranno, in maniera molto darwiniana, solo i veri artisti. Se i vecchi compagni di band gridano Non siamo più quelli di Mi Fist, Dargen D’Amico sa bene di essere sempre lui. In mille diversi modi.

9 febbraio 2015
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