Recensioni

7.6

Chiudevo il capitolo dedicato al grime del mio Hip Pop sciorinando una pletora di nomi da tenere d’occhio; e dopo Novelist e AJ Tracey, ecco che pure Dave firma finalmente il suo esordio in LP. Del gruppone di giovani promesse di cui si diceva, il pupillo di Stratham era sicuramente uno dei più promettenti. Dopo i vari EP e singoli vari, oltre al feat. estivo e smargiasso – oltre che non rilevante per capire la caratura delle potenzialità in gioco – con Ed Sheeran, questo Psychodrama si è rivelato con distacco l’uscita grime migliore dell’anno. 

Seduta psicanalitica tramite cui fare sfoggio e catarsi di tutta una serie di crucci dell’uomo, il flow inappuntabile e l’impressionante profondità di scrittura sono ciò che più emerge dall’ascolto, oltre a una produzione davvero smart e mai invasiva. Dalla retrospettiva sulle proprie origini – vita di strada e gestione del bivio scuola/droga, «And teachers was givin’ man tests / Same time mandem were givin’ out testers» (Stratham) – alle difficoltà familiari conseguenti a un padre assente e a due fratelli in carcere («I ain’t got a memory of when dad was around / Still a child when I turned man of the house / Tell me what you know about a bag full of bills / And your mom crying out, saying, “Son, I can’t take it” / And then staring in the mirror for an hour / With a tear in your eye like, “I gotta go make it”»): la penna di Dave affonda con decisione e scevra da qualsivoglia timidezza. In Purple Heart trova pure il tempo di fare il piacione con la ragazza di turno, ma lo fa con grande eleganza anche quando parla di pompini («Until the next day you give me head until your head aches») e infarcisce il tutto con figure retoriche di suono anche molto raffinate («You’re a gem and I ain’t even talking ‘bout the star sign», con l’evidente assonanza tra «gem-and-I» e «gemini» nel senso di segno zodiacale).

I veri pezzi da novanta sono però altri. Black è semplicemente la migliore canzone possibile oggi per provare a capire cosa significhi essere neri, non perché dica chissà cosa di nuovo, ma perché lo fa con una schiettezza disturbante e limpidissima, e in un modo così diretto che fa stare male. Lesley è un coinvolgente storytelling che lungo ben 11 minuti dipana una storia di violenza di genere toccante e cruda il giusto, nel solco del miglior Eminem narratore. In Enviroment c’è poi un disilluso sguardo lanciato oltre le apparenze del successo e dell’industria musicale, delle pose e dei social: «You see our gold chains and our flashy cars / I see a lack of self worth and I see battle scars / He has to be with twenty man when he wears jewelry / And you see it as gangster, I see it as insecurity».

Di dischi capaci di una prosa così sudata e grondante sangue, appassionata e appassionante, ne passano veramente pochi. Anche musicalmente non mancano momenti strumentali davvero esaltanti (il crescendo di Psycho, la coda di Screwface Capital, le scorie 2-step di Voices). Possiamo dire tranquillamente che la generazione grime nata negli anni Novanta ha trovato il suo capolavoro.

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