Recensioni

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Stato di salute del grime nel 2019: se dal lato strumentale un primo centro pieno è arrivato (State of Ruin dei Silk Road Assassins è quello che tra addetti ai lavori si definisce un discone), sul lato MC siamo in una fase abbastanza interlocutoria. Nel mio libro Hip Pop ho dedicato un intero capitolo al grime, la cui chiusura fa più o meno così: «La via è stata indicata, e una nuova generazione di artisti grime potrebbe seguirla, negarla o diramarla ulteriormente: Novelist, AJ Tracey, Dave, Abra Cadabra, Elf Kid e tanti altri, i nomi da segnarsi non mancano». L’esordio di Novelist è arrivato lo scorso anno e, anche se da noi è passato un po’ in sordina, non ha tradito le attese. AJ Tracey era atteso al varco con pari se non addirittura superiori aspettative, visto il talento in questione. L’omonimo album invece lascia un po’ insoddisfatti. Che una delle armi principali del ragazzo classe ’94 sia la versatilità, è sempre stato dichiarato: grime, dancehall, trap, eccetera,  il suo flow sfavillante è stato spalmato un po’ dappertutto. Eppure la scaletta di questo disco sembra essere stata (non) pensata assolutamente a caso: nella prima metà una serie di pezzi anonimi e abbastanza scialbi, nella seconda tutte le banger. Una scelta abbastanza incomprensibile. Qualche scoria garage (Jackpot, Wifey Riddim 3), il singolone caraibico (Butterflies) e un po’ di trap generica prodotta a stampino (Double C’s, Psych Out!, Necklace, Prada Me), magari con qualche inserto acustico (Country Star). Niente di vergognoso, ma davvero poco che si faccia ricordare. Il tiro cambia radicalmente con Ladbroke Grove, numero amarcord con una garage molto early 00’s, e le ancora più serrate Doing It e Horror Flick. A livello di testi poco o nulla da segnalare a parte le solite sparate su soldi e successo e un po’ di minacce generiche rivolte a nemici ignoti: tuttavia resta sempre un piacere sentire l’(ormai ex) enfant prodige su numeri più a fuoco come il tandem con Giggs Nothing but Net. Era troppo chiedere un disco tutto così, magari con una tracklist un po’ snellita? (Voto 6.0)

Proprio Giggs è a sua volta appena uscito con un nuovo progetto dalla prospettiva radicalmente opposta rispetto a quella di AJ Tracey: veterano della scena senza più nulla da dimostrare, il nativo di Peckham in Big Bad continua sostanzialmente a fare quello che ha sempre fatto, pur assimilando ulteriormente infiltrazioni trap da oltreoceano. Voce profondissima e baritonale, con un timbro inconfondibile dalla sensualità oscura e malvagia, Giggs è sempre stato più tangente che interno alla scena grime inglese. D’altronde il suo primo successo Talking Da Hardest si muoveva sul beat di Here We Go degli Stat Quo (quindi parliamo di Dr Dre). Anche qua le coordinate di base restano quelle di un gangsta rap pachidermico e pesantissimo, vagamente debitore tanto verso 50 Cent quanto dei Three 6 Mafia, con beat oscuri  e rallentati, sample che sembrano pescati da qualche film horror di serie Z (sentire il singolo 187 per credere) e un flow che si muove di pari passo, scandendo all’esasperazione ogni singola parola. Il tutto è godibile, certo, ma protratto per 18 tracce risulta un po’ troppo. Non c’è nulla di davvero urgente da dire, e le idee sostanzialmente sono sempre le stesse: spalmate su così tante tracce, è inevitabile che la qualità cali vertiginosamente in diversi punti. Gli episodi migliori? La zarrissima Baby, guilty pleasure tamarro dell’anno fin qui, la strinata Nostalgia con feat. di Lil Yachty è l’orgia 8-bit di Shade. (Voto 6.0)

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