Recensioni

I Deafheaven hanno raggiunto un successone, credo, grazie ad un equivoco: qualcuno li ha presi per una band estrema perché suonano due battute thrash/death e adottano un cantato growl. In realtà l’estremo non è mai stato parte né della calligrafia, né dell’estetica della formazione, che, infatti, arriva al quarto disco con proclami di rito timidi e sinceri, della serie che non ci si aspettava un così grande consenso di pubblico e critica (come dar loro torto) e, al momento di registrare il nuovo disco, si è sentito il peso di dare un successore a un così sorprendente successo, decidendo che la cosa migliore da fare fosse quella di suonare nella maniera più semplice e naturale possibile. In New Bermuda i Deafhaven sembrano più simili a dei ragazzi alt-rock che a Burzum, no?
E di fatto l’album si muove proprio all’interno di questo dualismo, con la rabbia metal espressa in modo più diretto che in passato e una melanconia post-rock anche quella più diretta che mai. In fondo, al di là del gioco delle citazioni, con McCoy e Clarke a richiamare Morbid Angel, Metallica, Wilco e Oasis (cui spetta una specie di omaggio nella conclusiva Gifts for the Earth dai sentori brit pop), questo disco mostra una band a proprio agio con una scrittura emo che per onestà e forza evocativa si posiziona un gradino più in alto del precedente Sunbather, con una parte di merito da dare anche al produttore storico della band, Jack Shirley, che ben si è adeguato al registro più asciutto che la situazione richiedeva.
Questi i fatti, poi ci si divertirà a discutere se i giovanotti facciano o meno metal, se siano un 20% o un 80% black metal, se siano un 10% o un 90% paraculo. Ne discuteranno in America soprattutto, perché qui, alla sesta giornata, la Juve è quindicesima, Giovanni Lindo Ferretti continua ad andare alle feste di Atreyu e inizia a fare freddino per stare fuori dai bar.
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